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	<title>Salute sostenibile Archivi - ASSIDIM</title>
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	<description>Salute e Protezione dal 1981</description>
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	<title>Salute sostenibile Archivi - ASSIDIM</title>
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	<item>
		<title>Tumore al Seno</title>
		<link>https://www.assidim.it/tumore-al-seno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ASSIDIM]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 14:09:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[diagnosi precoce]]></category>
		<category><![CDATA[mammografia]]></category>
		<category><![CDATA[prevenzione]]></category>
		<category><![CDATA[screening]]></category>
		<category><![CDATA[stile di vita sano]]></category>
		<category><![CDATA[tumore al seno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tumore al seno è la forma di tumore più diffusa tra le donne in Italia, con oltre 53.000 nuove diagnosi nel 2024. Ma oggi, grazie alla diagnosi precoce e ai progressi delle terapie, la guarigione è possibile in oltre il 90% dei casi quando individuato tempestivamente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.assidim.it/tumore-al-seno/">Tumore al Seno</a> proviene da <a href="https://www.assidim.it">ASSIDIM</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Che cos&#8217;è ?</h3>
<p>Il tumore al seno è una neoplasia che deriva dalla crescita incontrollata di cellule nel tessuto della mammella e rappresenta la forma di tumore più comune nelle donne con oltre 53.000 nuove diagnosi nel 2024, rappresentando il 30,3% di tutti i tumori che hanno colpito le donne in Italia nello stesso anno e il 14,6% di tutti i tumori diagnosticati nel Paese (da: “I numeri del cancro in Italia 2024”, a cura dell’Associazione italiana registri tumori, dell’Associazione italiana di oncologia medica , di Fondazione AIOM e di PASSI). Può colpire anche l’uomo (nel 2024, circa 600 casi). La diagnosi precoce tramite mammografia ed ecografia è fondamentale, con tassi di guarigione superiori al 90% , quando il tumore è scoperto tempestivamente. Le cure sono tutt’oggi avanzatissime e comprendono la  chirurgia, la radioterapia, la chemioterapia, l’ormonoterapia che vengono utilizzate a seconda della tipologia di tumore, delle caratteristiche della persona e della fase in cui la malattia è stata scoperta.</p>
<p>La mammella è un organo complesso, costituita da vari tipi di cellule; nella maggior parte dei casi il tumore ha origine dalle cellule ghiandolari (dai lobuli) o da quelle che formano la parete dei dotti galattofori.</p>
<h3>Quali sono le cause? Chi è a rischio?</h3>
<p>Importante considerare che esistono fattori di rischio che non si possono modificare ed alcuni invece che sono modificabili, aprendo quindi la strada alla reale possibilità di ridurre il rischio.</p>
<p>I fattori <u>NON modificabili</u> sono:</p>
<ul>
<li>L’età: generalmente si presenta dopo i 40 anni, anche se purtroppo sempre più donne giovani sono colpite.</li>
<li>Ereditarietà: si stima che circa il 5-10 % dei tumori al seno sia ereditario. La presenza di un famigliare che ha avuto un tumore della mammella o tumore ovarico, aumenta il rischio. Esistono infatti mutazioni genetiche trasmesse dai genitori (non solo la madre ma anche il padre), le più note riguardano i geni BRCA1 e BRCA2.</li>
<li>Fattori legati alla riproduzione quali maggiore durata del periodo fertile (primo ciclo mestruale prima dei 12 anni o a una menopausa dopo i 55 anni); una maggiore esposizione dell’epitelio ghiandolare agli estrogeni, l’assenza di gravidanze o una prima gravidanza portata a termine dopo i 30 anni e, infine, non aver allattato al seno.</li>
<li>esposizione a radiazioni</li>
<li>L’uso di alcuni tipi di contraccettivi ormonali orali</li>
</ul>
<p>I principali fattori<u> modificabili</u> sono:</p>
<ul>
<li>sovrappeso ed obesità</li>
<li>inattività fisica</li>
<li>fumo di sigaretta</li>
<li>alcol, alimentazione ricca di grassi e zuccheri raffinati e povera di frutta e verdura</li>
</ul>
<h3>I tumori al seno sono tutti uguali?</h3>
<p>No.  Ne esistono varie tipologie a seconda della cellula da cui sono originati, ad esempio il carcinoma duttale (il più frequente) prende origine dalle cellule dei dotti galattofori, mentre quello  lobulare prende origina dal lobulo. Altre forme sono il carcinoma tubulare, quello papillare, quello mucinoso e quello cribriforme. Sono tutte forme che possono dare origine a metastasi, cioè (se non diagnosticati in fase iniziale) rilasciare nei canali linfatici o ematici cellule malate che vanno a colonizzare altri organi o tessuti, (ad esempio l’osso, il fegato, il polmone). Il carcinoma intraduttale in situ è invece una forma tumorale non invasiva  con prognosi più favorevole che generalmente non dà origine a metastasi.</p>
<h3>Quali sono i sintomi che devono allarmare?</h3>
<p>Nelle fasi iniziali, quella in cui sarebbe bene scoprirlo per avere una prognosi il più favorevole possibile, il tumore non provoca dolore o altri sintomi. E’ quindi fondamentale ricorrere ad esami preventivi (vedi più avanti) per evidenziarlo. Il primo campanello di allarme con cui il tumore può manifestarsi è la presenza di noduli palpabili o nel seno o a livello ascellare. Successivamente possono comparire alterazioni della forma del capezzolo, perdite dal capezzolo, cambiamenti dell’aspetto della cute o della forma del seno. La donna ha quindi un ruolo fondamentale  nell’osservarsi e palpare il proprio seno, essendo chi lo conosce meglio di tutti. Qualsiasi cambiamento rispetto a quanto si nota/palpa solitamente deve essere riportato al proprio medico in modo da organizzare gli accertamenti per capire di cosa si tratta. Importante dire che  spesso si possono palpare noduli “benigni” (tipici ad esempio di un seno fibrocistico o di fibroadenomi) che non devono preoccupare, ma di cui occorre occuparsi  per definire bene la loro natura.  Solo accertamenti mirati possono dare la tranquillità.</p>
<h3>E’ possibile prevenire il cancro al seno? Quale è la prognosi?</h3>
<p>Sì! Va comunque tenuto presente che lo sviluppo del tumore dipende dalla combinazione di aspetti genetici e non modificabili (vedi sopra) e di aspetti modificabili, dipendenti soprattutto dallo stile di vita. Occorre quindi agire su due binari paralleli: da un lato ridurre il più possibile quei fattori modificabili che potrebbero aumentare lo sviluppo del tumore (miglioramento dello stile di vita), dall’altro eseguire esami diagnostici con la giusta tempistica al fine di identificare il prima possibile l’eventuale presenza del tumore (diagnosi precoce). La prognosi, infatti, dipende tantissimo dalla precocità della diagnosi. Oggi infatti si può parlare di “guarigione” del tumore al seno! Traguardo che si può raggiungere solo se si interviene con la chirurgia, i farmaci , ecc (vedi sotto) e miglioramento dello stile di vita, quando il tumore è sufficientemente piccolo da essere asportato senza che abbia disseminato cellule malate capaci di dare origine a metastasi in altre sedi. Va comunque detto che le terapie oggi a disposizione sono capaci di migliorare tantissimo la prognosi e la sopravvivenza anche in quei casi in cui la diagnosi viene fatta più avanti.</p>
<p>Miglioramento dello stile di vita e diagnosi precoce sono quindi le due gambe fondamentali della prevenzione primaria (mirata a ridurre la probabilità che il tumore compaia). Miglioramento dello stile di vita, seguire le eventuali terapie impostate ed eseguire correttamente gli esami di controllo sono invece gli strumenti della prevenzione secondaria (mirata a migliorare la prognosi in pazienti in cui il tumore si è già manifestato).</p>
<ul>
<li>Stile di vita: è uno strumento fondamentale per la prevenzione sia primaria che secondaria del cancro al seno. Ma non solo: lo è anche di varie altre forme di tumori (prostata, colon, ecc) e di moltissime malattie croniche come quelle cardiovascolari (infarto, ipertensione arteriosa, ictus, scompenso di cuore, ecc) metaboliche (diabete, obesità ,ecc) e tante altre. Non esiste in medicina uno strumento efficace su così tante patologie! Ecco i punti principali:
<ul>
<li>mantenere un peso corporeo nella norma, o meglio una giusta composizione corporea tra tessuto grasso e massa muscolare). Questo obiettivo viene raggiunto tramite una corretta alimentazione e l’esecuzione di una corretta attività fisica.</li>
<li>alimentazione: adeguata in termini di:
<ul>
<li>qualità: preferire carboidrati (cereali, derivati da farine) di tipo integrale (almeno 7-8% di fibra per 100 gr di prodotto), ridurre il più possibile zuccheri, dolci e prodotti ultra-lavorati (contenenti sale, conservanti, coloranti, ecc); ridurre assunzione di carni, specie rosse e lavorate, preferendo carni bianche (pollo, tacchino, coniglio) e pesce; preferire legumi, albume di uovo, frutta secca, frutta e verdura; evitare grassi animali e preferire oli non lavorati (ad esempio olio extravergine di oliva); assumere adeguate dosi di acqua.</li>
<li>quantità: ridurre la quantità di alimenti specie derivanti da carboidrati e grassi, secondo piani personalizzati considerando la condizione clinica della persona; assicurarsi una adeguata dose di alimenti proteici (“magri”e di qualità) sia di origine animale che vegetale per mantenere/migliorare la massa muscolare</li>
</ul>
</li>
<li>Eseguire una corretta dose di esercizio fisico, meglio se prescritta dal medico considerando le caratteristiche e gli obiettivi clinici da raggiungere. In breve eseguire attività aerobica endurance (camminata, jogging, nuoto, bicicletta, cyclette, ecc) dai 150 ai 300 min alla settimana ad intensità almeno moderata (ad esempio camminata a passo veloce- 5-6 Km/ora), a cui aggiungere esercizi di rinforzo muscolare (ginnastica, pesetti, macchine in palestra, ecc) ad intensità moderata almeno 2 volte/sett</li>
<li>Non fumare, limitare l’assunzione di alcolici, avere un sonno di qualità e saper gestire lo stress</li>
</ul>
</li>
<li>Diagnosi precoce:
<ul>
<li>l&#8217;autopalpazione permette alla donna di individuare eventuali cambiamenti nel proprio seno e quindi chiedere immediatamente al proprio medico cosa fare. Non deve mai sostituire una visita fatta dal medico specialista (senologo) e gli esami strumentali consigliati a seconda dell’età.</li>
<li>Esecuzione di mammografia ed ecografia al seno, associate a visita senologica. Generalmente la mammografia e l’ecografia (eseguite contemporaneamente perché possono “vedere” cose diverse!) vengono consigliate dopo i 40 anni di età. Meglio comunque rivolgersi al proprio medico per conoscere esattamente quando iniziare ad eseguire tali esami e la periodicità migliore a seconda dell’età, della condizione clinica (ad esempio presenza di seno fibromatoso) e la famigliarità. L’ecografia e la visita senologica sono indicate anche in donne molto più giovani perché purtroppo il tumore al seno può colpire anche  le ventenni. Possono anche essere eseguiti test genetici per la ricerca di mutazioni come ad esempio nei geni BRCA 1 e BRCA2, quando e se tale mutazione è stata riscontrata in un famigliare. Sarà lo specialista ad indicare la necessità di eseguire tali accertamenti. In caso poi di riscontro di positività, l’esecuzione di esami sarà più frequente e potrà prevedere ulteriori accertamenti come la risonanza magnetica, o persino interventi chirurgici preventivi per asportazione delle ghiandole mammarie /tube ed ovaie.</li>
</ul>
</li>
</ul>
<h3> Come viene effettuata la diagnosi?</h3>
<p>La diagnosi  si avvale delle valutazioni cliniche sopra descritte, mammografia ed ecografia, che rappresentano sempre gli accertamenti di primo livello eseguiti sia in prevenzione che nel caso di riscontro (ad esempio alla autopalpazione) di un nodulo. La risonanza magnetica può essere utile in casi particolari come la presenza di un seno “denso”, un seno che presenta nel suo tessuto varie piccole cisti, o se si riscontrano anomalie non facili da interpretare. Spesso si ricorre alla biopsia della lesione identificata dall’esame radiologico. Questo esame è fondamentale per definire alcune caratteristiche del tumore da cui dipenderà la scelta della terapia migliore. Sul campione prelevato, infatti, vengono eseguite analisi che definiscono le caratteristiche delle cellule (esame citologico) o del tessuto (esame istologico); le analisi biologiche permettono poi di capire il grado della malattia (quanto le cellule del tumore sono diverse da quelle sane) e la presenza di alcune caratteristiche come ad esempio l’espressione dei recettori ormonali e dell’oncoproteina HER2, caratteristiche che possono essere il bersaglio di alcune terapie mirate.</p>
<p>Possono inoltre essere eseguiti altri accertamenti come la tomografia computerizzata (TC), la scintigrafia ossea o la tomografia a emissione di positroni (PET) a seconda della specifica condizione clinica.</p>
<h3>Quale è la terapia?</h3>
<p>Nella maggior parte dei casi il primo step terapeutico è la chirurgia al fine di asportare il tumore. In alcuni casi (a seconda delle caratteristiche e dimensioni del tumore) la chirurgia può essere preceduta da una terapia neoadiuvante (solitamente una chemioterapia) mirata a ridurre il tumore per poi facilitare la chirurgia. La chirurgia può riguardare una parte della mammella (quadrantectomia) o tutta la mammella (mastectomia) a seconda delle caratteristiche ed estensione della malattia. Inoltre spesso vengono rimossi i linfonodi ascellari (svuotamento ascellare) al fine di eliminare alcuni linfonodi già sede di malattia e/o per limitarne la diffusione. Successivamente, si può procedere alla ricostruzione del seno tramite tecniche di chirurgia plastica.</p>
<p>Oltre alla chirurgia, e solitamente dopo questa, è possibile effettuare terapie (dette terapie adiuvanti) che hanno l’obiettivo di ridurre la probabilità di sviluppo di metastasi. In questa fase non vi sono metastasi, la paziente è libera dalla malattia, ma non essendo possibile stabilire se vi è stata la migrazione di cellule malate, si preferisce iniziare una terapia (radioterapia o chemioterapia o entrambe) al fine di eliminare le cellule eventualmente migrate. E’ una terapia preventiva. Inoltre, a seconda delle caratteristiche del tumore, è anche possibile una terapia che deve essere assunta anche per periodi lunghi) con farmaci antitumorali (terapie ormonali, immunoterapia o farmaci in grado di colpire specifici bersagli molecolari eventualmente presenti su cellule che hanno migrato e che hanno ovviamente le stesse caratteristiche del tumore asportato). Ad esempio se il tessuto tumorale presentava recettori ormonali (e quindi gli ormoni sessuali femminili faciliterebbero la crescita delle cellule tumorali migrate) è possibile fare ricorso a farmaci che, agendo proprio su tali recettori,  riescono a bloccare l’azione degli ormoni e di conseguenza limitare la crescita delle cellule tumorali. Farmaci di questo tipo sono ad esempio il Tamoxifene o gli Inibitori delle Aromatasi o farmaci detti inibitori LH-RH analogo. La scelta del farmaco dipende dal tipo di tumore e dall’età della paziente. Esistono poi farmaci che vanno ad interagire con specifici bersagli molecolari del tessuto tumorale, ad esempio farmaci specifici per tumori positivi per HER2, come ad esempio trastuzumab, pertuzumab. L’immunoterapia rappresenta un’altra frontiera importante soprattutto per tumori in cui non è possibile utilizzare le strategie sopra ricordate o in casi particolari. Si basa sull’attivazione del sistema immunitario della paziente, in particolare facilitando l’azione di alcune cellule del sistema immunitario capaci di contrastare il tumore, eliminando il “freno” che limiterebbe la loro azione (uso di inibitori dei checkpoint immunitari).</p>
<p>Tali farmaci, così come alcune chemioterapie, possono essere impiegati anche in casi di tumori in fase più avanzata, quando è presente metastatizzazione, migliorando la prognosi, stabilizzando la malattia o comunque riducendo in modo significativo la progressione. La ricerca in questo settore è molto avanzata e sempre maggiori strategie terapeutiche sono e saranno a disposizione per sconfiggere questa malattia.</p>
<p>Fondamentale ricordare che  un corretto stile di vita è fondamentale non solo per la prevenzione primaria ma anche per quella secondaria quando cioè il tumore si è manifestato. Questo per varie ragioni:</p>
<ul>
<li>Riduce comunque la probabilità di sviluppo di metastasi</li>
<li>Aiuta a gestire importanti effetti collaterali dei farmaci sopra descritti, come ad esempio aumento di peso, rialzo dei valori di colesterolo e trigliceridi, presenza di dolori muscolari/articolari</li>
<li>Migliora lo stato di benessere generale e la capacità della paziente di gestire lo stress ed alcuni sintomi depressivi che purtroppo (ed ovviamente) possono presentarsi. La capacità della paziente di avere un atteggiamento positivo, di gestire lo stress e di fare tutto quanto possibile per migliorare la prognosi è stata dimostrata essere un fattore determinante per la gestione del tumore.</li>
</ul>
<p>In conclusione, il tumore al seno è una patologia da non sottovalutare, che in passato aveva sempre una prognosi infausta, ma che oggi può essere gestita ed anche guarita. Diagnosi precoce, stile di vita corretto, atteggiamento positivo e possibilità di farsi seguire da Centri specialistici all’avanguardia, sono la ricetta per poter guarire o stabilizzare la malattia.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Prof. Daniela Lucini</em><br />
<em>Professore Ordinario MEDF/01</em><br />
<em>Scuola di Specializzazione in Medicina dello Sport ed Esercizio Fisico Università degli Studi di Milano</em><br />
<em>Dipartimento Biotecnologie Mediche e Medicina Traslazionale</em><br />
<em>Direttore Servizio Medicina Esercizio Fisico e</em><br />
<em>Direttore Laboratorio Sperimentale di ricerche di medicina dell’esercizio fisico</em><br />
<em>IRCCS Auxologico, Milano</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Tumore Colon-Retto</title>
		<link>https://www.assidim.it/tumore-colon-retto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ASSIDIM]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 14:28:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[Prevenzione Oncologica]]></category>
		<category><![CDATA[stili di vita]]></category>
		<category><![CDATA[surveyonline]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tumore del colon-retto è una neoplasia che si sviluppa a livello del colon o del retto, come conseguenza della crescita incontrollata e patologica delle cellule epiteliali della mucosa che riveste internamente la parete intestinale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Che cos&#8217;è ?</h3>
<p>E’ una neoplasia che si sviluppa a livello del colon o del retto, come conseguenza della crescita incontrollata e patologica delle cellule epiteliali della mucosa che riveste internamente la parete intestinale. Il colon (suddiviso in ascendente, trasverso, discendente e sigma) rappresenta la parte dell’intestino deputata al riassorbimento dell’acqua e quindi al compattamento delle feci, a differenza dell’intestino tenue che invece ha la funzione di terminare la digestione ed assorbire alcuni micro e macronutrienti. Il retto è la parte terminale del colon che lo collega all’ano. Il tumore si manifesta maggiormente al livello del sigma e nel retto, mentre più rara è la localizzazione nelle altre sedi (un caso su 4-5).</p>
<p>Questa tipologia di tumore si posiziona al terzo posto per incidenza, preceduta solo dal cancro al seno ed al polmone, rappresentando circa il 9.6% di tutti i tumori (stime Globocan 2023) con tassi più elevati nei paesi con reddito maggiore. Si presenta maggiormente tra i 60 e 75 anni, ma recentemente si è osservato un aumento nel numero di diagnosi tra i giovani adulti (meno i 50 anni) rispetto al passato, sottolineando il ruolo fondamentale dello stile di vita/ambiente nella sua genesi. Fortunatamente, la mortalità per questa patologia si sta riducendo, grazie alla diagnosi precoce ed alle terapie sempre più efficaci.</p>
<h3>Quali sono le cause?</h3>
<p>Il cancro al colon-retto è una patologia multifattoriale, vari infatti sono i fattori di rischio per essa. In breve possono essere riassunti in fattori genetici e fattori legati allo stile di vita.</p>
<ul>
<li>Fattori genetici: persone con in famiglia casi di tumore al colon, possono ereditare la predisposizione ad ammalarsi, e la probabilità di sviluppare malattia è 2-3 volte nei parenti di primo grado rispetto alla popolazione generale. Non è una certezza! È una probabilità che viene molto modulata da fattori dipendenti dallo stile di vita.</li>
<li>Fattori legati allo stile di vita: tra questi l’obesità ed il pattern alimentare giocano un ruolo fondamentale. L’Obesità ed il sovrappeso aumentano molto il rischio, così come un’alimentazione ricca in grassi, proteine animali e povera in fibre. Viceversa, un’alimentazione sana, ricca in frutta e verdura (vedi sotto) ha un ruolo protettivo. Anche la sedentarietà, il fumo, la presenza di malattie infiammatorie croniche intestinali (come il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa) ed una storia clinica passata di polipi del colon, aumentano il rischio.</li>
</ul>
<p>Inoltre, recenti studi sembrano sottolineare l’importanza del microbiota (batteri che sempre popolano l’intestino) nella genesi/prevenzione della malattia (vedi sotto).</p>
<h3>I “polipi” sono importanti?</h3>
<p>La maggior parte dei tumori del colon-retto è la conseguenza della trasformazione maligna di polipi. Questi sono delle piccole escrescenze dovute al proliferare delle cellule della mucosa intestinale, sono in pratica delle forme “precancerose” di per sé benigne, ma che nel tempo possono degenerare. Questo fatto rende la colonscopia (vedi sotto) un fondamentale strumento non solo di diagnosi precoce, ma anche di vera prevenzione: infatti se l’esame rivela la presenza di polipi, questi vengono immediatamente asportati ed analizzati, rimuovendo da subito il rischio che possano degenerare dando origine al tumore. Fortunatamente non tutti i polipi sono destinati a degenerare e diventare tumori maligni. Dipende sostanzialmente dal “tipo di polipo” (se ad esempio la sua analisi istologica rivela la presenza di aree displasiche) e da altri fattori quali le sue dimensioni e la presenza contemporanea di più polipi.</p>
<h3>Quali sono i principali sintomi/segni?</h3>
<p>La presenza di polipi non è generalmente associata a sintomi. In alcuni casi possono verificarsi delle vere e proprie perdite di sangue visibili, ma molto, molto raramente. Più frequentemente si possono essere presenti piccole perdite di sangue, non visibili ad occhio nudo, ma rilevabili grazie ad uno specifico esame “la ricerca del sangue occulto nelle feci”. Questo test rappresenta quindi un buon iniziale strumento di screening, anche se occorre ricordare che l’assenza di sangue occulto non esclude di per sé la presenza di polipi o neoplasie e, viceversa, un sangue occulto positivo non necessariamente pone diagnosi di neoplasia.</p>
<p>La presenza del tumore, invece, può manifestarsi in modo più evidente, anche se spesso sovrapponibile a quello di altre condizioni intestinali comuni e meno gravi.</p>
<p>Sintomi e segni dipendono moltissimo sia dalla localizzazione del tumore che dalla sua estensione. Innanzitutto, la perdita di sangue (sia visibile che non)  è una caratteristica spesso presente. Altri segni come cambiamenti dell’alvo (abitudine a scaricarsi), come stitichezza importante, talvolta alternata a diarrea, non sono da trascurare. Anche sintomi come stanchezza e mancanza di appetito, specie se associati ad anemia (senza accorgersi si perde sangue con le feci) e perdita di peso (nelle fasi avanzate della patologia), non sono da sottovalutare.</p>
<h3>Diagnosi:</h3>
<p>La diagnosi parte da un buon colloquio clinico con il proprio medico, che sarà in grado di identificare tra le informazioni date, alcune suggestive della presenza del tumore. La parte del leone, viene però svolta da diagnosi strumentali quali la colonscopia che rappresenta l’esame di elezione. Come sopra ricordato, l’esame è importante non solo perché permette di “vedere” nel vero senso della parola l’eventuale tumore, ma anche perché permette di evidenziare polipi (vedi sopra) e quindi asportarli immediatamente. Inoltre la colonscopia permette di prelevare campioni di tessuto (biopsie) in lesioni sospette, per poter eseguire analisi di laboratorio in grado di capire la natura benigna o maligna della lesione. In caso di malignità, inoltre, è possibile eseguire analisi del profilo molecolare che permettono l’identificazione di alterazioni genetiche, utili per la prognosi e per la scelta di una terapia sempre più mirata e personalizzata.</p>
<p>Esami come ecografie, TAC e risonanza magnetica, possono essere utili per definire le dimensioni del tumore e l&#8217;eventuale presenza di metastasi. Esistono poi test sviluppati più recentemente e tecniche di intelligenza artificiale che possono essere utilizzati, quali la wireless capsule endoscopy (WCE), la narrow band imaging (NBI) e la confocal laser endomicroscopy (CLE), che stanno migliorando l’identificazione precoce delle lesioni a rischio. Anche tecniche di analisi genetiche possono essere impiegate.</p>
<h3>Gli esami del sangue sono utili per la diagnosi?</h3>
<p>Di per sé la diagnosi non può essere posta sulla base di esami del sangue. Questi sono utili per definire le condizioni generali del paziente o per evidenziare fattori (come ad esempio alcune forme di anemia) che possono associarsi al tumore.</p>
<p>Esiste la possibilità di dosare i cosiddetti “marcatori tumorali”, che però non sono utili come strumento di diagnosi ed ancora meno di screening. Il CEA (antigene carcino-embrionario) è un marcatore che viene rilasciato da alcune forme di tumore al colon. Il suo dosaggio è utile per definire il quadro complessivo del tumore, per definire la gravità di malattia (più elevato è e più il tumore è esteso), piuttosto che per valutare la risposta alla terapia (si riduce dopo chemioterapia e/o chirurgia) e può aumentare in caso di ricadute della malattia. Altro marcatore è il CA 19.9, che però è meno specifico.</p>
<h3>Quale è la terapia?</h3>
<p>La strategia terapeutica è oggi sempre più mirata alle caratteristiche del paziente e del tumore. L’identificazione di mutazioni genetiche e di biomarcatori rende possibile una personalizzazione dell’approccio terapeutico. In generale la terapia si basa sulla chirurgia, sulla radioterapia e sui farmaci (chemioterapici o altri farmaci).</p>
<p>La chirurgia rappresenta la prima scelta specie in tumori precoci, avendo l’obiettivo di eliminare il tumore preservando il più possibile l’anatomia intestinale ed in genere addominale.  In alcuni casi, può richiedere la presenza (temporanea o meno) di una stomia (l’apertura dell&#8217;intestino sulla parete addominale) con la realizzazione di un ano artificiale, che consente di raccogliere le feci con appositi presidi.</p>
<p>Radioterapia e chemioterapia possono seguire l’intervento chirurgico (terapia adiuvante) al fine di ridurre i rischi di ricaduta, oppure precedere l’intervento per ridurre l’estensione del tumore e quindi permettere una chirurgia più conservativa.</p>
<p>Oltre ai chemioterapici, altri nuovi farmaci possono avere un ruolo importante: tra questi alcuni farmaci mirati contro il fattore di crescita dell’endotelio vascolare che bloccano la formazione di nuovi vasi sanguigni che andrebbero a “nutrire il tumore”, o contro il recettore per il fattore di crescita, o come inibitori delle chinasi. Inoltre recentemente vi è l’utilizzo dell’<strong>immunoterapia con inibitori dei checkpoint immunitari</strong>. Vi sono poi nuove strategie farmacologiche in via di sviluppo, come l’uso delle <strong>terapie con cellule CAR-T</strong>.</p>
<h3>Prevenzione:</h3>
<p>La prevenzione gioca un ruolo preponderante. Due sono gli aspetti da considerare: la diagnosi precoce ed l’adozione di un sano stile di vita.</p>
<p>Diagnosi precoce: come sopra ricordato, l’esecuzione di esami come la ricerca del sangue occulto nelle feci e soprattutto l’esecuzione della colonscopia (con tempistiche dipendenti dal rischio genetico, dall’età e dalle caratteristiche del paziente) ha cambiato la storia del tumore al colon-retto. E’ importante quindi rivolgersi al proprio medico per conoscere quando iniziare e la tempistica di esecuzione dell’esame.</p>
<p>Stile di vita: uno stile di vita corretto è fondamentale per la prevenzione di molte forme tumorali, tra cui il tumore al colon retto.  Perché? Uno stile di vita corretto (alimentazione sana, essere fisicamente attivi, non fumare, non abusare di alcol, saper gestire lo stress, ecc) è infatti in grado di:</p>
<ul>
<li>interferire in alcuni meccanismi genetici responsabili della malattia (epigenetica), facendo in modo che vengano espressi o meno alcuni geni in grado di impattare sullo sviluppo della malattia. Non si eredita infatti la “certezza” di malattia, ma una “predisposizione”, ovviamente dipende molto anche dal tipo di tumore e dalle sue caratteristiche genetiche, ed anche un po’ dal destino.</li>
<li>modificare alcuni meccanismi di controllo (sistema immunologico, ormonale, autonomico) importanti nello sviluppo della malattia</li>
<li>ridurre il rischio e migliorare la gestione di altre patologie (cardiovascolari, metaboliche, ecc) in grado di impattare sullo stato generale di salute della persona.</li>
<li>Migliorare il benessere psicofisico.</li>
</ul>
<p>L’alimentazione ha, a questo proposito, un ruolo fondamentale sia per garantire una composizione corporea nella norma, evitando sovrappeso ed obesità, sia per evitare quelle condizioni locali (all’interno dell’intestino) che potrebbero favorire lo sviluppo del tumore. Grassi, carni rosse, carni lavorate, cibi ultraprocessati (quelli che hanno subito molte trasformazioni come ad esempio zuccheri, farine bianche, grassi vegetali lavorati, merendine, dolci conservati, bibite, ecc)   sono ciò che dovrebbe essere evitato o comunque molto ridotto. Viceversa un’alimentazione ricca in frutta e verdura, legumi, con proteine animali derivanti da pesce, latticini magri, yogurt, albume d’uovo, con carboidrati specie integrali,  ed una adeguata dose di acqua, rappresenta un fattore protettivo. Ovviamente, deve essere calibrata sulle caratteristiche ed esigenze generali della persona.</p>
<p>Il microbiota intestinale gioca nella prevenzione un ruolo sempre più importante: a seconda della tipologia di batteri presenti a livello intestinale, il microbiota può esserci di aiuto o di danno. Una sana alimentazione, ricca in fibre (alcune delle quali sono “prebiotici” cioè fungono da nutrimento per alcuni batteri), ad esempio, può favorire lo sviluppo di un microbiota “buono” che, a sua volta, aiuta il nostro metabolismo in una relazione “win-win”. L’assunzione di probiotici (i cosiddetti fermenti lattici, cioè i “batteri buoni”) è  un’altra strategia utile. Lo yogurt rappresenta la fonte naturale principale di probiotici, mentre alimenti integrali, quella di prebiotici).</p>
<p>Anche l’attività fisica ha un ruolo fondamentale! Occorre eseguire 150-300 min alla settimana di attività fisica aerobica (come camminare, nuotare, andare in bici, ecc) ad intensità almeno moderata (ad esempio se si cammina ad una velocità tale da percorrere 5-6 km/ora), oltre ad esercizi di rinforzo muscolare un paio di volte/sett sempre ad intensità moderata.</p>
<p>Non fumare (nemmeno sigaretta elettronica), non abusare di alcol e saper gestire lo stress sono altri fattori fondamentali.</p>
<p>In conclusione, quindi, ricordiamo che la prevenzione del tumore del colon è possibile ed efficace. La genetica gioca sicuramente un ruolo importante, ma avere un sano stile di vita ed eseguire controlli ledici regolari hanno cambiato la storia di questo tipo di tumore</p>
<p style="text-align: right;"><em>Prof. Daniela Lucini<br />
</em><em>Professore Ordinario MEDF/01<br />
</em><em>Direttore Scuola di Specializzazione in Medicina dello Sport ed Esercizio Fisico Università degli Studi di Milano<br />
</em><em>Dipartimento Biotecnologie Mediche e Medicina Traslazionale<br />
</em><em>Direttore Servizio Medicina Esercizio Fisico e<br />
</em><em>Direttore Laboratorio Sperimentale di ricerche di medicina dell’esercizio fisico<br />
</em><em>IRCCS Auxologico, Milano</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ansia e depressione</title>
		<link>https://www.assidim.it/ansia-e-depressione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ASSIDIM]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 07:27:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[lifestylemedicine]]></category>
		<category><![CDATA[prevenzione]]></category>
		<category><![CDATA[salutementale]]></category>
		<category><![CDATA[stilidivita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ansia e depressione: scopri le differenze, i sintomi e le cause. Una guida pratica per capire come riconoscerle e quali terapie scegliere.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>Che cosa sono ?</strong></h3>
<h4><strong>ANSIA</strong></h4>
<p>È una risposta emotiva, cognitiva e fisica a una minaccia percepita, reale o immaginaria.</p>
<p>L&#8217;ansia può essere considerata una reazione naturale a situazioni percepite come stressanti, minacciose, un meccanismo di difesa che prepara ad affrontare la situazione. E’ paragonabile ad uno stato di inquietudine vissuto dal soggetto come anticipazione di un pericolo, reale e non, che scatena una reazione sproporzionata rispetto al possibile evento caratterizzata da sintomi (vedi sotto) fisici e cognitivi. In dosi moderate, l&#8217;ansia è &#8220;normale&#8221; e ci aiuta a concentrarci e ad affrontare eventi impegnativi, come un esame. Attenzione però che può trasformarsi in una condizione molto “fastidiosa”, quando diventa un vero disturbo d&#8217;ansia. Questo accade quando è eccessiva, persistente e invalidante, manifestandosi sia con sintomi fisici (come tachicardia, tremori, sudorazione) che cognitivi (come preoccupazione e paura) che interferiscono con la vita quotidiana. Le cause possono essere molteplici e includono fattori genetici, biologici, stress e traumi</p>
<h4><strong>DEPRESSIONE</strong></h4>
<p>La depressione invece è un disturbo dell&#8217;umore, un disturbo complesso che può colpire mente e corpo, influenzando pensieri, emozioni, comportamento e salute fisica</p>
<p>E’ una patologia abbastanza diffusa che può interessare tutte le età, sia uomini che donne, anche se queste sembrano presentare un’incidenza maggiore.</p>
<p>Al contrario di quanto si potrebbe pensare, la malattia depressiva non interessa solamente la sfera emotiva e l&#8217;umore del paziente, ma interessa anche il corpo, influenzando comportamenti e manifestandosi anche con sintomi fisici. Tratto caratterizzante della depressione è il non trarre più piacere nello svolgere attività che sino a quel momento venivano considerate gratificanti.</p>
<p>Ansia e depressione sono quindi due patologie distinte, ma che spesso possono associarsi (sindrome ansioso-depressiva); hanno in comune un&#8217;affettività negativa e la presenza di sentimenti come la tristezza, la rabbia e la preoccupazione, oltre alla presenza di alcune alterazioni nel sistema nervoso centrale.</p>
<h3><strong>I sintomi principali</strong></h3>
<p>I sintomi principali dell’ansia sono:</p>
<ul>
<li>Preoccupazione eccessiva e costante</li>
<li>Irritabilità e agitazione</li>
<li>Tensione muscolare</li>
<li>Facilità al pianto</li>
<li>Paura</li>
<li>Tendenza a evitare situazioni che scatenano l&#8217;ansia.</li>
<li>Senso di &#8220;testa vuota&#8221; o apprensione</li>
<li>Disturbi del sonno</li>
<li>Difficoltà di concentrazione</li>
<li>Sintomi fisici come tachicardia, sudorazione, vertigini e disturbi gastrointestinali, respiro affannoso, tremori, nausea</li>
</ul>
<h4><strong>I sintomi principali della depressione sono:</strong></h4>
<ul>
<li>Umore depresso, tristezza e sensazione di vuoto</li>
<li>Senso di frustrazione</li>
<li>Perdita di interesse o piacere nelle attività quotidiane</li>
<li>Affaticamento cronico e mancanza di energia</li>
<li>Cambiamenti nell&#8217;appetito e/o nel peso</li>
<li>Disturbi del sonno (insonnia o ipersonnia)</li>
<li>Sentimenti di colpa o inutilità</li>
<li>Scarsa autostima</li>
<li>Assenza di desiderio sessuale</li>
<li>Difficoltà di concentrazione, di memoria e decisionali</li>
<li>Pensieri di morte o suicidi</li>
</ul>
<p>Esistono alcuni sintomi che sono comuni ad entrambe le condizioni e caratterizzano la sindrome ansioso-depressiva: pessimismo e disperazione riguardo al futuro, isolamento sociale, bassa autostima, stanchezza eccessiva e difficoltà di concentrazione</p>
<h3><strong>Quali sono le cause?</strong></h3>
<p>Le cause dell’ansia sono complesse e multifattoriali: fattori genetici e fattori biologici e caratteristiche psicologiche della persona, sono alla base. Eventi di vita come stress importante, lutti, problemi lavorativi o relazionali, possono poi complicare la situazione e rendere manifesta una situazione di ansia</p>
<p>Le cause di depressione sono altrettanto complesse, anche in questo caso la genetica ha un ruolo importante ma eventi di vita molto significativi (lutti, stress cronici, difficoltà lavorative, difficoltà relazionali, ecc) entrano in gioco in modo molto importante. Si può quindi andare da pazienti in cui la genetica ha un ruolo preponderante, senza che nella loro vita vi siano delle condizioni, sino a pazienti in cui l’aspetto genetico è minimo ma hanno avuto esperienze di vita molto impattanti (forti stress, traumi, lutti, malattie, difficoltà lavorative e sociali, specie se non in grado di trovare le risorse (sia psicologiche che pratiche) per far fronte alla situazione.</p>
<p>Gli aspetti genetici entrano in gioco nel determinare una caratteristica fondamentale della malattia: una alterazione a livello cerebrale dei livelli di alcuni neurotrasmettitori, quali serotonina (5-HT), noradrenalina (NA) e dopamina (DA). La carenza o non disponibilità di questi neurotrasmettitori (che in condizioni di normalità permettono il normale svolgimento di alcune funzioni del nostro cervello) è responsabile della sintomatologia caratteristica della malattia, tanto che i principali farmaci utilizzati (vedi sotto) hanno proprio l’obiettivo di normalizzare i livelli di queste sostanze. Inoltre, va tenuto presente che anche l’alterazione dei livelli di alcuni ormoni possono entrare in gioco, basti a questo proposito pensare alla depressione tipica del post parto o della sindrome premestruale.</p>
<p>Come sopra ricordato, generalmente la depressione è caratterizzata dal non trarre più piacere nello svolgere attività che sino a quel momento venivano considerate gratificanti.  Importante ricordare che esistono vari tipi di depressione, ognuno con caratteristiche peculiari e talvolta cause differenti.</p>
<p>In alcuni casi, inoltre, i disturbi depressivi possono essere la conseguenza di altre condizioni fisiche presenti (ad esempio, malattie gravi), oppure possono insorgere in seguito all&#8217;utilizzo di alcuni farmaci o di sostanze (incluse le droghe d&#8217;abuso).</p>
<p>Ecco le principali forme di depressione:</p>
<ul>
<li>Depressione unipolare o disturbo depressivo maggiore: si tratta di una delle forme più gravi di depressione. La sintomatologia può essere così grave da impedire l’esecuzione delle normali attività</li>
<li>Disturbo distimico o distimia: si tratta di un disturbo caratterizzato da sintomi molto simili a quelli della depressione maggiore, anche se tendono a manifestarsi in maniera più lieve.</li>
<li>Disturbo depressivo non altrimenti specificato: si tratta di una categoria in cui sono presenti disturbi non classificabili in altri tipi di forme depressive.</li>
<li>Disturbi bipolari o patologie maniaco-depressive: si tratta di disturbi caratterizzati dall&#8217;alternarsi di stati depressivi a stati maniacali o ipomaniacali. A loro volta, i disturbi bipolari si suddividono in:
<ul>
<li>Disturbo bipolare di tipo I: caratterizzato da almeno un episodio di mania o misto alternato ad episodi depressivi;</li>
<li>Disturbo bipolare di tipo II: caratterizzato da stati di ipomania (mai di mania) che si alternano agli episodi depressivi;</li>
<li>Disturbo ciclotimico o ciclotimia: ha una durata minima di almeno due anni e si caratterizza per l&#8217;alternanza di episodi depressivi di grado da lieve a moderato ed episodi ipomaniacali.</li>
</ul>
</li>
</ul>
<ul>
<li>Disturbo disforico premestruale: si tratta di un disturbo che comprende una serie di sintomi affettivi, comportamentali e somatici che si presentano mensilmente, in corrispondenza della fase luteale del ciclo mestruale.</li>
<li>Disturbo depressivo dovuto ad un&#8217;altra condizione fisica, ad esempio malattia grave.</li>
<li>Disturbo depressivo indotto da farmaci (disturbo depressivo iatrogeno) o indotto da sostanze.</li>
</ul>
<h3><strong>Terapia:</strong></h3>
<p>Il trattamento dell’ansia e della depressione può essere semplice o molto complesso; dipende sostanzialmente da due fattori: dalla gravità della patologia (specie quando la componente genetica è molto importante) e dal tempismo nell’intervenire. Spesso purtroppo queste patologie vengono sottovalutate, considerate “normali reazioni a momenti di vita difficile”, considerate qualche cosa da “nascondere” per paura di essere stigmatizzati. Purtroppo non tutti hanno le risorse psicologiche e pratiche per superare con le proprie forze queste condizioni, con conseguente aggravamento della sintomatologia e necessità di terapie sempre più complesse.  Viceversa, l’affrontare subito il problema rende molto più semplice la gestione ed evita l’aggravamento della patologia.</p>
<p>Generalmente la terapia (sia dell’ansia che della depressione) comprende due strade parallele: da un lato i farmaci (quando e se servono) dall’altro un approccio psicoterapeutico che ha l’obiettivo sia di gestire quei fattori di vita o di personalità che hanno contribuito alla genesi della patologia, sia di fornire delle risorse psicologiche e comportamentali fondamentali per gestire lo stress ed i momenti difficili.</p>
<p>La terapia farmacologica prevede l’utilizzo di farmaci capaci di interferire con i meccanismi responsabili della patologia.  Nel caso dell’ansia vengono utilizzati gli ansiolitici, categoria di farmaci capaci di ridurre la sintomatologia tipica. Attenzione però al loro utilizzo esagerato ed inopportuno. Una delle problematiche principali nel trattamento sia dell’ansia che della depressione è infatti l’abuso di farmaci e la loro autoprescrizione.  Nulla di più sbagliato che decidere da soli (o con il consiglio di amici, parenti o comunque personale non medico) di iniziare la terapia e quale farmaco assumere o come cambiare la dose! Spesso per gestire l’ansia, quando vi è associata una forma depressiva, possono essere utili farmaci tipici per il trattamento della depressione.</p>
<p>I farmaci impiegati nel trattamento della depressione sono i cosiddetti farmaci antidepressivi di cui fanno parte le seguenti classi:</p>
<ul>
<li>Antidepressivi triciclici (TCA);</li>
<li>Inibitori selettivi del reuptake di serotonina (SSRI);</li>
<li>Inibitori del reuptake di noradrenalina e serotonina (NSRI);</li>
<li>Inibitori selettivi del reuptake della noradrenalina (NaRI);</li>
<li>Modulatori della trasmissione serotoninergica (SARI);</li>
<li>Modulatori della trasmissione noradrenergica e serotoninergica (NaSSA);</li>
<li>Inibitori del reuptake di dopamina e noradrenalina (DNRI);</li>
<li>Inibitori delle monoammino ossidasi (IMAO non selettivi e MAO-A selettivi).</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono tantissimi farmaci, diversi tra loro, che vengono prescritti in base alle caratteristiche della depressione, della sintomatologia prevalente, della risposta del paziente e delle sue caratteristiche cliniche (sesso, età, patologie associate, ecc).</p>
<p>Cosa fare allora se ci si accorge di avere sintomi come quelli sopra riportati o se ci accorgiamo che persone accanto a noi sembrano averne?</p>
<p>La sola presenza di alcuni sintomi come stanchezza, umore un po’ deflesso, preoccupazione, riduzione nella motivazione a svolgere determinate attività, ecc, non sono sufficienti per porre diagnosi di sindrome ansiosa o depressiva! D’altro canto possono essere un iniziale campanello di allarme. Parlarne immediatamente con il proprio medico è fondamentale.  Una corretta diagnosi è la base per poter impostare una corretta terapia.  Anche se si notano sintomi in chi ci è vicino, specie se si nota un significativo cambio di comportamento (tendenza ad isolarsi, ad evitare di svolgere attività che prima erano svolte con piacere, tendenza al pianto, alla tristezza, ecc), sarebbe bene (con tutta la “delicatezza” del caso) consigliare di parlarne con il proprio medico.</p>
<h3><strong>Diagnosi: </strong></h3>
<p>La diagnosi di ansia e depressione è una diagnosi sostanzialmente clinica, cioè non esistono degli esami strumentali che possano aiutare a porre la diagnosi. Spesso alcuni esami (esami del sangue, TAC, risonanza, ecc) possono essere prescritti per escludere la presenza di altre patologie. L’utilizzo di alcuni questionari aiuta a definire quei parametri necessari per porre diagnosi di ansia o depressione, ma sarà la competenza del medico ed il suo colloquio con il paziente ad avere l’ultima parola. Ecco perché è sempre meglio avere anche un parere specialistico psichiatrico, parere che è poi molto utile per individuare la terapia migliore.</p>
<h3><strong>Ruolo dello stile di vita:</strong></h3>
<p>Sembrerà strano…. ma uno stile di vita corretto (non fumare, eseguire esercizio fisico, avere una alimentazione sana, non abusare di alcol, farmaci, ecc) è oggi considerato uno strumento fondamentale per favorire il benessere ed anche aiutare a gestire ansia e depressione. Ma come?   quando si è ansiosi e depressi è difficilissimo assumere uno stile di vita corretto!!!!! Anzi…..spesso ansia e depressione condizionano un cambio di stile di vita in senso opposto! Ripresa dell’abitudine al fumo (se si aveva smesso), assunzione di una vita sedentaria (o talvolta esagerare con l’esercizio fisico sino a farne troppo e quello sbagliato!), cercare gratificazione in alcuni cibi particolarmente palatabili, ricchi in grassi, carboidrati e sale. Tale peggioramento del comportamento spesso peggiora la sintomatologia che già caratterizza ansia e depressione. Stanchezza, disturbi gastroenterici, cardiopalmo, ecc, possono infatti essere causati/peggiorati dal fumo, dalla sedentarietà, da un’ alimentazione sbagliata. Questi comportamenti vengono definiti “usurai”: sembrano dare un beneficio ma in realtà presentano poi un “conto” molto alto, peggiorando i sintomi.</p>
<p>Ecco quindi che la terapia non farmacologica di ansia e depressione (specie se iniziata subito, al primo apparire della sintomatologia) prevede anche da un lato l’evitare comportamenti dannosi, dall’altro promuovere quelli virtuosi che, in realtà, aiutano a stare meglio. Questo beneficio è particolarmente presente in caso di esercizio fisico. L’esercizio, infatti è in grado di modulare quei meccanismi responsabili della patologia.  Inoltre vi è anche un beneficio psicologico-comportamentale. Infatti spesso per gestire le difficoltà della vita (problemi lavorativi, personali, ecc) è importante un cambio di comportamento (ad esempio imparare una nuova modalità lavorativa, imparare a gestire difficoltà relazionali, imparare a gestire malattie concomitanti, ecc), cambi di comportamento molto difficili da attuare! Riuscire a dimostrare a sé stessi che si è in grado di cambiare qualche cosa, teoricamente più semplice, come ad esempio l’abitudine a fare esercizio superando la stanchezza e la pigrizia, può rappresentare uno strumento motivazionale molto potente, in grado di dimostrare proprio la capacità di cambiare, quella capacità (risorsa psicologica) necessaria per gestire lo stress e le difficoltà che la vita pone.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Prof. Daniela Lucini</em><br />
<em>Professore Ordinario MEDF/01</em><br />
<em>Scuola di Specializzazione in Medicina dello Sport ed Esercizio Fisico Università degli Studi di Milano</em><br />
<em>Dipartimento Biotecnologie Mediche e Medicina Traslazionale</em><br />
<em>Direttore Servizio Medicina Esercizio Fisico e</em><br />
<em>Direttore Laboratorio Sperimentale di ricerche di medicina dell’esercizio fisico</em><br />
<em>IRCCS Auxologico, Milano</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Malattia da reflusso gastroesofageo / gastrite</title>
		<link>https://www.assidim.it/malattia-da-reflusso-gastroesofageo-gastrite/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ASSIDIM]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Oct 2025 07:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[gastrite]]></category>
		<category><![CDATA[reflusso]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il reflusso gastroesofageo è caratterizzato dalla risalita di succhi gastrici dallo stomaco all'esofago. Se tale “risalita” è frequente ed abbondante la parete dell’esofago viene irritata e possono iniziare disturbi fastidiosi. A questo punto si parla di malattia da reflusso gastro-esofageo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Che cos&#8217;è ?</h3>
<p>Il reflusso gastroesofageo è caratterizzato dalla risalita di succhi gastrici dallo stomaco all&#8217;esofago. Se tale “risalita” è frequente ed abbondante la parete dell’esofago viene irritata e possono iniziare disturbi fastidiosi. A questo punto si parla di malattia da reflusso gastro-esofageo.</p>
<p>Esofago e stomaco sono molto diversi! Mentre lo stomaco ha come funzione digerire gli alimenti che ingeriamo, l’esofago è solo l’organo che permette al cibo di raggiungere lo stomaco. La digestione richiede la presenza di acidi prodotti proprio dalla parete dello stomaco. Questa parete è quindi adatta ad un ambiente acido (purchè non sia troppo…..). Viceversa la parete dell’esofago non è adatta ad un ambiente acido e non è in grado di proteggersi. Ecco quindi che ogni qual volta vi è un reflusso di succhi gastrici la parete dell’esofago viene irritata. Normalmente non vi è reflusso (o è pochissimo, può essere normale una lieve risalita specie dopo pasti abbondanti) perché la congiunzione tra esofago e stomaco (sfintere gastoesofageo o cardias) permette al cibo di passare ma non ai succhi gastrici di risalire. Il cardias infatti funziona proprio come una valvola che permette il passaggio dall’alto verso il basso e non viceversa. Esistono però delle condizioni in cui il cardias non riesce più a svolgere in modo corretto la sua funzione (vedi sotto).</p>
<p>La malattia da reflusso è una condizione molto frequente ed interessa circa il 20% della popolazione europea. In alcuni casi la malattia da reflusso si complica con erosioni a livello dell’esofago (quadro di esofagite), ulcere o restringimenti (3-5%), mentre nella maggior parte dei casi questo non succede</p>
<h3>I sintomi principali</h3>
<p>I sintomi possono essere vari, alcuni “tipici” altri “atipici” cioè che non sembrano essere correlati all’apparato gastroesofageo<br />
I sintomi si possono presentare in modo continuativo durante il giorno, oppure in modo intermittente.<br />
Sono spesso presenti quando si è sdraiati (il reflusso è più facile in questa posizione), specie di notte, o quando ci si china in avanti (ad esempio per allacciarsi le scarpe). Altro momento in cui il reflusso si presenta più facilmente è dopo i pasti, specie se abbondanti.</p>
<h3>Sintomi tipici:</h3>
<ul>
<li>bruciore retrosternale (cioè dietro allo sterno, nella parte alta del torace)</li>
<li>rigurgito acido in bocca</li>
<li>senso di peso retrosternale</li>
</ul>
<h3>Sintomi atipici:</h3>
<ul>
<li>tosse</li>
<li>raucedine</li>
<li>abbassamento della voce</li>
<li>mal di gola</li>
<li>sensazione di nodo alla gola con difficoltà alla deglutizione</li>
<li>difficoltà digestive, nausea</li>
<li>laringite cronica</li>
<li>singhiozzo</li>
<li>asma</li>
<li>dolore toracico (simile a quello di natura cardiaca); questo sintomo non va sottovalutato, ed in questo caso è sempre meglio chiedere al proprio medico per evitare che il dolore (di cui ovviamente non si conosce l’origine) sia in realtà causato da un problema cardiaco, che merita immediata attenzione, e non dal reflusso</li>
<li>insonnia</li>
</ul>
<h3>Quali sono le cause?</h3>
<p>Il reflusso gastro-esofageo è determinato da diversi fattori, tra questi i principali sono fattori alimentari, anatomici, ormonali e farmacologici.<br />
La barriera tra stomaco ed esofago è garantita dallo sfintere esofageo. Quando questa è più debole per varie ragioni, il rigurgito è più probabile.<br />
La condizione anatomica che più facilmente si associa a reflusso è la cosiddetta “Ernia iatale” cioè la parziale risalita dello stomaco dalla cavità addominale in torace.<br />
Altri fattori sono quelle condizioni in cui vi è un aumento delle pressioni addominali come ad esempio la gravidanza e l’obesità/sovrappeso.<br />
Anche altri fattori possono causare reflusso, come l’aumento della produzione gastrica di acido (ad esempio in condizioni di stress, abitudine a fumare o abusare di alcolici), una digestione lenta e/o un eccessivo riempimento dello stomaco; l’assunzione di alcuni farmaci come gli anti-infiammatori non steroidei (FANS).</p>
<h3>Il Reflusso può avere delle conseguenze?</h3>
<p>Se il reflusso è molto frequente e non trattato si instaura un ambiente infiammatorio cronico importante (esofagite), caratterizzato da insorgenza di dolore, difficoltà di deglutizione, sanguinamenti, erosioni e ulcere. Si può arrivare ad avere un restringimento dell’esofago (stenosi esofagea), con problemi di transito del cibo. In alcuni casi, la cronicizzazione dello stato infiammatorio può talvolta facilitare la formazione di cellule precancerose (Esofago di Barrett), che aumentano il rischio di sviluppare il tumore dell’esofago.</p>
<p>Importante ricordare che la malattia da reflusso gastro-esofageo può anche associarsi ad un’ irritazione delle vie aeree, per il passaggio nei polmoni di microparticelle del contenuto gastrico, creando broncospasmo, laringite e più raramente un’infiammazione polmonare.</p>
<h3>Diagnosi:</h3>
<p>Solitamente la diagnosi non è difficile: al medico può bastare una anamnesi fatta bene (parlare con il paziente) ed una visita per riconoscere il reflusso. In questi casi si inizia subito una terapia (vedi sotto) e la risposta positiva a questa serve da conferma alla diagnosi.<br />
Per confermare la diagnosi e/o per escludere complicanze, possono essere utili alcune indagini diagnostiche come:</p>
<ul>
<li>Esame radiologico del tubo digerente: viene fatta bere al paziente una piccola quantità di liquido di contrasto biancastro, che permette di visualizzare l’anatomia e la funzione dell’esofago, dello stomaco e delle prime parti dell’intestino tenue.</li>
<li>Gastroscopia (EGDS): consente di esaminare l’esofago, lo stomaco ed il duodeno, attraverso l’introduzione di uno strumento flessibile nel quale è incorporata una telecamera ed un sottile canale, attraverso il quale è possibile far passare la pinza bioptica per eseguire piccoli prelievi di mucosa (biopsie).</li>
<li>Manometria esofagea: l’esame consiste nell’introduzione di una sonda attraverso il naso e la somministrazione di acqua in piccoli sorsi. Può essere utile per valutare se ci sono anomalie della motilità dell’esofago (peristalsi).</li>
<li>pH-impedenziometria delle 24 ore: si posiziona un sondino piccolo e sottile che, passando attraverso il naso, arriva fino all’esofago ed è connesso ad un palmare. L’esame dura 24 ore e consente il monitoraggio della quantità di materiale refluito (sia acido che non acido) nell’esofago.</li>
</ul>
<h3>Cosa fare, quale è la terapia?</h3>
<p>Il primo passo terapeutico consiste nel correggere quei comportamenti che si associano al reflusso.</p>
<ul>
<li>un’adeguata educazione alimentare e dello stile di vita</li>
<li>riduzione del peso corporeo, se in eccesso</li>
<li>evitare il fumo</li>
<li>evitare alimenti che potrebbero peggiorare l’acidità come cioccolata, menta, caffè, alcolici, pomodoro, agrumi</li>
<li>evitare di coricarsi subito dopo i pasti, meglio attendere almeno 2-3 ore prima di coricarsi e consumare un pasto leggero alla sera</li>
<li>rialzare la testata del letto di almeno 10 cm</li>
<li>ridurre lo stress.</li>
</ul>
<p>Il secondo passo è quello di ricorrere ad alcuni farmaci, qui i più comuni:</p>
<ul>
<li>Antiacidi: neutralizzano l’acido nello stomaco. Hanno un’azione rapida ma sono utili solo come rimedio sintomatico, non essendo in grado di guarire la mucosa esofagea da eventuali erosioni. Attenzione che l’abuso di questi prodotti può causare problemi di diarrea o stipsi (stitichezza).</li>
<li>Farmaci antireflusso che formano una barriera protettiva per impedire/ridurre la risalita dell&#8217;acido nell&#8217;esofago. Agiscono formando un film protettivo che galleggia sul contenuto dello stomaco, riducendo fisicamente la risalita degli acidi nell&#8217;esofago e minimizzando l&#8217;acidità con cui entrano in contatto.</li>
<li>Farmaci che riducono la produzione di acido: gli H2 antagonisti (famotidina, ranitidina) sono rapidi ed il loro effetto dura più a lungo rispetto agli antiacidi. Il limite del loro utilizzo è dettato dal fatto che, dopo un periodo di tempo variabile, possono smettere di funzionare.</li>
<li>Farmaci che bloccano la produzione di acido: gli inibitori della pompa protonica (omeprazolo, lansoprazolo, rabeprazolo, pantoprazolo, esomeprazolo), sono i farmaci più efficaci in condizioni importanti di malattia. Attenzione però ad usarli solo su prescrizione medica.</li>
<li>Farmaci procinetici: vengono utilizzati per migliorare lo svuotamento dell’esofago e dello stomaco, impedendo il reflusso di materiale, soprattutto dopo i pasti.</li>
</ul>
<p>Nei casi in cui il reflusso è determinato da una importante e voluminosa ernia iatale, può essere necessaria anche una terapia chirurgica</p>
<p>In conclusione, quindi, il reflusso gastroesofageo è una condizione comune, di per sé non grave, che può anche portare a malattie come la malattia da reflusso, siano a condizioni più gravi. Di fondamentale importanza è un’ adeguata alimentazione sia per ridurre/evitare alcuni alimenti che (se presente reflusso) possono peggiorarlo, come cibi acidi, caffè, ecc, sia per gestire/prevenire il sovrappeso che è uno dei fattori principali nel determinare il reflusso. Ovviamente evitare tutte le sostanze potenzialmente irritanti come fumo ed alcol è fondamentale. Altra cosa da non sottovalutare è il “fai da te” nell’assumere farmaci!</p>
<p style="text-align: right;"><em>Prof. Daniela Lucini</em><br />
<em>Professore Ordinario MEDF/01</em><br />
<em>Direttore Scuola di Specializzazione in Medicina dello Sport ed Esercizio Fisico Università degli Studi di Milano</em><br />
<em>Dipartimento Biotecnologie Mediche e Medicina Traslazionale</em><br />
<em>Direttore Servizio Medicina Esercizio Fisico e</em><br />
<em>Direttore Laboratorio Sperimentale di ricerche di medicina dell’esercizio fisico</em><br />
<em>IRCCS Auxologico, Milano</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Cistite</title>
		<link>https://www.assidim.it/cistite/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ASSIDIM]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Sep 2025 07:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[cistite]]></category>
		<category><![CDATA[patologiecroniche]]></category>
		<category><![CDATA[prevenzione]]></category>
		<category><![CDATA[stilidivita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La cistite è un’infiammazione della vescica che può dipendere da diverse cause. E’ fondamentale capire da cosa è causata al fine di definire una terapia adeguata e non limitarsi a gestire i sintomi fastidiosi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Che cos&#8217;è ?</h3>
<p>La cistite è un’infiammazione della vescica che può dipendere da diverse cause. E’ fondamentale capire da cosa è causata al fine di definire una terapia adeguata e non limitarsi a gestire i sintomi fastidiosi. Infatti la cistite può talvolta cronicizzare, riducendo tantissimo la qualità di vita, oltre che rappresentare un problema clinico significativo. La complicazione principale è che l’infezione si estenda dalla vescica (parte bassa delle vie urinarie) sino alle alte vie urinarie e quindi al rene.</p>
<p>Nel periodo estivo può manifestarsi più frequentemente, e talvolta purtroppo può essere una spiacevole “eredità” delle vacanze.</p>
<p>Normalmente le cause principali sono rappresentate da:</p>
<ul>
<li>infezione batterica (Cistite acuta batterica);</li>
<li>processi infiammatori cronici a livello vescicale, (Cistite conica abatterica, detta anche cistite ad urine sterili)</li>
<li>cistite post coitale, di causa post traumatica, su cui si instaura una sovrainfezione batterica</li>
<li>In alcuni casi la sintomatologia (vedi sotto) non dipende da una vera cistite, bensì da patologie come ad esempio la vulvodinia, la contrattura del pavimento pelvico, patologie neurologiche, che vengono scambiate come cistiti</li>
</ul>
<p>In estate alcuni fattori possono aumentare il rischio di cistite. In particolare:</p>
<ul>
<li>disidratazione e sudore: il nostro organismo deve ridurre la temperatura corporea (che si eleva con il caldo) ed il modo principale è la sudorazione che comporta una perdita di liquidi. Di conseguenza meno sono i liquidi a disposizione per la produzione di urina, sostanza fondamentale per il “lavaggio della vescica” durante la minzione, azione importante per ridurre la carica batterica locale. Inoltre le urine più concentrate ed acide (le sostanze eliminate con le urine sono più concentrate) irritano di più durante il loro passaggio. Anche il sudore nelle zone intime causa una irritazione locale;</li>
<li>il caldo e la proliferazione batterica: le temperature più alte favoriscono la proliferazione di batteri e funghi (come la Candida) aumentando quindi la potenziale carica batterica locale, sia di germi saprofiti che patogeni;</li>
<li>perdita di minerali: con la sudorazione si perdono anche minerali preziosi per un buon funzionamento del sistema immunitario con conseguente possibile riduzione delle difese e quindi più facile sviluppo di germi patogeni</li>
<li>stitichezza ed alterazioni della normale funzione intestinale: alimentazione diversa, spesso “meno salutare” può favorire la proliferazione di batteri a livello intestinale che possono migrare (durante la defecazione) a livello urinario provocando la cistite</li>
<li>irritazione: sale-sole-costumi sintetici (spesso bagnati) di certo non aiutano.</li>
</ul>
<h3>Quali sono i sintomi principali?</h3>
<p>Possono variare da persona a persona o nelle diverse fasi della patologia. I principali sono:</p>
<ul>
<li>bruciore o fastidio intimo;</li>
<li>difficoltà a urinare (disuria) e dolore alla minzione (stranguria);</li>
<li>sensazione di dover continuamente andare ad urinare come se la vescica fosse sempre piena (tenesmo vescicale);</li>
<li>presenza di sangue nelle urine, che in caso di forti cistiti batteriche può portare ad una vera e propria cistite emorragica;</li>
<li>febbre, nausea e malessere generale (quando dovuta ad infezioni importanti).</li>
</ul>
<p>I sintomi sono uguali nell’uomo e nella donna?</p>
<p>Essere uomo o donna può fare la differenza soprattutto per quanto riguarda la prevalenza.</p>
<p>La cistite colpisce prevalentemente la popolazione adulta, con una netta prevalenza nel sesso femminile. (30% delle donne, contro il 12% degli uomini nel corso della vita ha avuto almeno un episodio di infezione delle vie urinarie). Col passare degli anni, gli uomini possono andare incontro ad una maggiore probabilità di infezione delle vie urinarie, legata soprattutto a problematiche prostatiche (la prostata si ingrandisce ostacolando il flusso di urina e favorendo ristagni con conseguente aumento di proliferazione batterica. Inoltre spesso posso essere presenti prostatiti (infezioni della prostata spesso dovute sempre ad infezioni batteriche) che complicano il quadro.</p>
<h3>Diagnosi</h3>
<p>La diagnosi di cistite è relativamente semplice, la sintomatologia è tipica e spesso viene posta la diagnosi di cistite quando in realtà la patologie è un’altra (come prostatite o altro)! Purtroppo diagnosi “fai da te” portano a “terapie fai da te” che non sempre sono corrette ed aumentano il rischio di cronicizzazione.</p>
<p>Una giusta diagnosi deve essere fatta dal medico e prevede i seguenti steps:</p>
<ul>
<li>esame delle urine (ci permette di capire se vi sono segni di infezione come la presenza di batteri, aumento di cellule tipiche de infezione, presenza di sangue, ecc)</li>
<li>urinocoltura con antibiogramma (permette di individuare lo specifico batterio responsabile dell’infezione e soprattutto di determinare a quale antibiotico questo batterio è sensibile)</li>
<li>esame del sangue (talvolta necessario, ad esempio in caso di febbre concomitante, per capire se vi sono segni di importante infezione come aumento degli indici infiammatori e/o di globuli bianchi)</li>
<li>talvolta è importante anche eseguire una visita specialistica urologica che potrà eventualmente indicare in casi particolari altri accertamenti, come ad esempio l’ecografia).</li>
</ul>
<h3>Quale è la terapia?</h3>
<p>Come sopra ricordato, per trattare correttamente la cistite occorre prima individuarne la</p>
<p>causa specifica in modo da impostare una corretta terapia, riducendo la possibilità di recidive/cronicizzazioni e complicanze.</p>
<p>Spesso il “fai da te” porta ad una cronicizzazione della situazione e a una maggior difficoltà successiva nel risolvere il quadro clinico. Questo “fai da te” può essere sostanzialmente di due tipi:</p>
<ul>
<li>sottovalutare la situazione, non far nulla o assumere prodotti la cui efficacia non è scientificamente provata</li>
<li>assumere farmaci, specie antibiotici, senza alcun controllo medico</li>
</ul>
<p>Sono entrambe condizioni da evitare: il mancato trattamento facilita il peggioramento dei sintomi e l’eventuale aggravamento della situazione; l’utilizzo di farmaci senza controllo medico può portare a non risolvere il problema (ad esempio se si utilizza un antibiotico a cui il batterio non è sensibile, la terapia sarà inefficace) piuttosto che all’aumento del fenomeno della resistenza batterica (i batterio impara a resistere all’antibiotico che potrà essere efficace all’inizio ma non nel tempo).</p>
<p>Nel caso di cistiti di origine batterica (le più frequenti) la corretta terapia antibiotica verrà impostata dal medico dopo aver verificato “quale batterio” è responsabile e a quale antibiotico è sensibile. In alcuni casi il medico può partire a prescrivere il farmaco prima di effettuare gli esami sopra riportati al fine di “guadagnare tempo” e non far soffrire la persona, in tal caso sarà la sua esperienza clinica ed in confronto con il paziente a guidarlo nella scelta del farmaco. In alcuni casi possono essere utili anche farmaci per ridurre la febbre e l’infiammazione.</p>
<p>Altri strumenti terapeutici preventivi sono rappresentati dalla regolarizzazione della funzione intestinale, dall’utilizzo di integratori alimentari ricchi di minerali, di miorilassanti ed esercizi specifici per il pavimento pelvico in caso di recidive, soprattutto in caso di cistiti non batteriche. In caso di cistiti post coitali, l’uso di appositi prodotti lubrificanti durante il rapporto può ridurre il rischio di microlesioni e traumatismi vaginali.</p>
<p>Lo strumento terapeutico/preventivo fondamentale è però l’idratazione. L’acqua infatti è il principale costituente dell’urina che non solo serve per eliminare scorie ma anche per “lavare” le vie urinarie e ridurre la possibilità di proliferazione batterica. Una buona idratazione è sia uno strumento per trattare la cistite che per prevenirla. In estate, come sopra ricordato, la sudorazione aumentata riduce l’acqua a disposizione per la formazione di urina. Occorre quindi aumentare le dosi di liquidi assunti.</p>
<p><strong> </strong>La mancanza di liquidi non è solo un problema per la cistite! L’acqua infatti e il principale componente del nostro organismo e tantissime sono le funzioni fondamentali per la vita che dipendono dall’acqua.  E’ in assoluto l’elemento più importante per garantire la vita.</p>
<p>L&#8217;acqua organica è suddivisa in due grandi compartimenti: intracellulare che costituisce all&#8217;incirca il 50% del peso corporeo ed extracellulare che corrisponde al 20% del peso del corpo, di cui il 5% è l&#8217;acqua del sangue e il 15% è l&#8217;acqua interstiziale.</p>
<p>Il fabbisogno d’acqua da introdurre come bevande è di circa 1500-2000 ml al giorno e diventa molto di più in estate e per chi svolge alte dosi di esercizio, particolarmente se in ambiente caldo e/o umido. La sudorazione (e quindi perdita anche di liquidi) è infatti il modo principale con cui l’organismo elimina il calore prodotto al fine di mantenere costante la temperatura interna.</p>
<p>Se non ci si idrata regolarmente si può andare incontro a vari problemi, sia acuti, immediati (come ad esempio eccessiva stanchezza, svenimenti, capogiri, mal di testa) che cronici (come possibilita’ di avere coliche renali o problemi renali in genere, pelle molto secca, riduzione della parte liquida del sangue, ecc).</p>
<p>Ecco qui alcuni consigli per ben idratarsi (e non solo in caso di cistite!)</p>
<ul>
<li>Assumere almeno 1500-2000 ml di acqua al giorno</li>
<li>Assumere frutta e verdura fresche (contengono tantissima acqua)</li>
<li>ricordare che l’alcol e la caffeina aumentano la diuresi e quindi le perdite di acqua</li>
<li>evitare le bibite zuccherine e i succhi: danno un apparente senso di sollievo alla sete, ma la metabolizzazione degli zuccheri in esse presenti necessita di acqua e provoca quindi ancora più sete. Inoltre gli zuccheri sono “calorie gratuite” aumentano il peso con le note conseguenze…..</li>
<li>evitare anche bibite “senza zuccheri” ma con dolcificanti aggiunti</li>
<li>bere lungo tutto l’arco della giornata, soprattutto se fa molto caldo</li>
<li>ricordare che l’acqua è l’unica cosa che disseta veramente.</li>
</ul>
<h3>Come riconoscere la disidratazione?</h3>
<p>Il primo segno di disidratazione è la sete! Attenzione che con il passare degli anni la sete diminuisce. Il fatto di “non avere sete” non significa necessariamente che non serva idratarsi.</p>
<p>Il colore delle urine è un buon indicatore del nostro stato di idratazione. Ecco qui una figura che ci può aiutare a capire se abbiamo bevuto a sufficienza o è indispensabile integrare acqua.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-8626" src="https://www.assidim.it/wp-content/uploads/2025/09/cistite-1-1.jpg" alt="" width="750" height="288" srcset="https://www.assidim.it/wp-content/uploads/2025/09/cistite-1-1.jpg 750w, https://www.assidim.it/wp-content/uploads/2025/09/cistite-1-1-300x115.jpg 300w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></p>
<p>Ci sono anche sintomi causati dalla disidratazione. Una disidratazione lieve è associata a una limitazione delle capacità fisiche dell’individuo, stanchezza, cefalea, perdita di concentrazione, irritabilità, insonnia, aumento della temperatura corporea.</p>
<p>Una disidratazione più grave può provocare aumento della frequenza respiratoria, senso di malessere generale, debolezza e anche allucinazioni fino a gravi alterazioni cardiovascolari.</p>
<p>In conclusione, quindi, ricordiamo che la cistite pur essendo una condizione molto comune e solitamente non grave (seppur molto fastidiosa), in realtà quando non trattata o trattata in modo non adeguato può avere importanti conseguenze.</p>
<p>Lo strumento fondamentale anche in questo caso è la prevenzione!</p>
<p style="text-align: right;"><em>Prof. Daniela Lucini</em><br />
<em>Professore Ordinario MEDF/01</em><br />
<em>Scuola di Specializzazione in Medicina dello Sport ed Esercizio Fisico Università degli Studi di Milano</em><br />
<em>Dipartimento Biotecnologie Mediche e Medicina Traslazionale</em><br />
<em>Direttore Servizio Medicina Esercizio Fisico e</em><br />
<em>Direttore Laboratorio Sperimentale di ricerche di medicina dell’esercizio fisico</em><br />
<em>IRCCS Auxologico, Milano</em></p>
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		<item>
		<title>Melanoma</title>
		<link>https://www.assidim.it/melanoma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ASSIDIM]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Sep 2025 07:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[basaliama]]></category>
		<category><![CDATA[melanona]]></category>
		<category><![CDATA[prevenzione]]></category>
		<category><![CDATA[stilidivita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il melanoma è un tumore maligno della pelle, che ha origine da alcune cellule particolari,  i melanociti, cioè quelle cellule che producono la melanina (ciò che conferisce colore alla cute) e la trasferiscono ai cheratinociti che formano i nei (o nevi).</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Che cos&#8217;è ?</h3>
<p>Il melanoma è un tumore maligno della pelle, che ha origine da alcune cellule particolari,  i melanociti, cioè quelle cellule che producono la melanina (ciò che conferisce colore alla cute) e la trasferiscono ai cheratinociti che formano i nei (o nevi).</p>
<p>I nei, rappresentano dei “raggruppamenti” anomali di melanociti, con colore, forma e dimensioni variabili.</p>
<p>Possono comparire nel corso degli anni o essere presenti sin dalla nascita.</p>
<p>La cosa importante è che i nei sono generalmente delle formazioni benigne. Talvolta però, un neo può “degenerare” e trasformarsi in un melanoma. Il melanoma infatti può comparire “ex novo” oppure originare dalla trasformazione di un neo preesistente. Ecco perché è così importante tenere sotto controllo la propria cute, notando l’apparire di nuovi nei oppure il cambio di dimensione, forma o colore di un neo noto.</p>
<p>Esistono vari tipi di melanoma. I più diffusi sono:</p>
<ul>
<li>melanoma a diffusione superficiale, frequente sulle gambe (specie nelle donne), e sul tronco (specie negli uomini);</li>
<li>melanoma nodulare, che può comparire in qualunque area del corpo con una crescita rapida in profondità.</li>
</ul>
<p>Il problema maggiore in caso di melanoma è che, se la diagnosi è tardiva, può evolvere in modo aggressivo e diffondersi ai linfonodi ed a vari organi. Considerando che oggi esistono terapie efficaci per gestire questo problema, è essenziale la diagnosi precoce, per poter eliminare il melanoma prima che sia tardi.</p>
<h3>Quando occorre chiedere aiuto al dermatologo?</h3>
<p>La rapidità nella diagnosi è fondamentale. Occorre chiedere un parere dermatologico ogni qual volta si notano delle variazioni sia di forma (modificazione dei bordi, perdita della regolare forma tondeggiante), che colore (modificazioni dell’intensità o della distribuzione della pigmentazione), che dimensione (aumento delle dimensioni) di nei preesistenti, oppure si nota la comparsa di un nuovo neo. Il melanoma in genere cresce in modo irregolare, si ispessisce, può sanguinare. Talvolta può anche apparentemente “sparire”; purtroppo questo non corrisponde a reale guarigione …..per cui è sempre bene segnalare la cosa al medico.</p>
<p>Ovviamente è anche opportuno svolgere delle visite periodiche (almeno una volta all’anno) anche quando non si nota alcun cambiamento! Soprattutto se vi sono stati dei casi di melanoma in famiglia.</p>
<h3>Come viene fatta la diagnosi?</h3>
<p>Il punto fondamentale è la visita specialistica dermatologica, raccontando al medico tutto quanto si è eventualmente notato. Il dermatologo esegue un esame visivo della pelle di tutto il corpo con l’uso dell’epiluminescenza, che permette di analizzare le caratteristiche del neo.</p>
<p>In caso di lesioni sospette, il dermatologo preleva un campione di tessuto (biopsia)  al fine di eseguire un esame istologico, l’esame principe in grado di porre la diagnosi.</p>
<p>Dobbiamo ricordare che il melanoma non è l’unico tumore della cute. Esistono anche altre forme tumorali, talvolte con caratteristiche diverse, persino lesioni chiare della cute potrebbero nascondere dei problemi.  E’ quindi bene segnalare anche queste.</p>
<h3> I sintomi principali</h3>
<p>Il melanoma cutaneo si manifesta principalmente con la comparsa sulla pelle di un nuovo neo o con alterazioni dell’aspetto di un neo preesistente.</p>
<p>I segnali che possono aiutare a identificare un melanoma sono sintetizzati nella sigla ABCDE:</p>
<ol>
<li>Asimmetria: i nei benigni hanno generalmente una forma tondeggiante, il melanoma invece ha una forma irregolare;</li>
<li>Bordo: il contorno del neo è irregolare e indistinto;</li>
<li>Colore: il colore non è uniforme all’interno del neo; solitamente il colore è scuro ma esiste una variante (melanoma amelanocitico) che è chiaro;</li>
<li>Dimensioni: il neo cambia forma in larghezza e in spessore;</li>
<li>Evoluzione: colore e forma cambiano rapidamente.</li>
</ol>
<p>Altri sintomi da attenzionare sono la comparsa di prurito, sanguinamenti e la formazione di noduli.</p>
<h3>Quali sono le cause? Esistono soggetti più a rischio?</h3>
<p>Molti sono i fattori che entrano in gioco nello sviluppo del melanoma o fattori di rischio per il suo sviluppo. Ecco i principali:</p>
<ul>
<li>le radiazioni ultraviolette (quindi l’esposizione solare e alle lampade abbronzanti) hanno un ruolo importante. Danneggiano infatti il DNA delle cellule della cute e possono dare l’avvio allo sviluppo di un tumore. Scottature e ustioni solari, soprattutto nell’infanzia, rappresentano un importante fattore di rischio</li>
<li>mutazioni genetiche</li>
<li>alcuni tipi di immunosoppressione</li>
<li>presenza di nei congeniti;</li>
<li>predisposizione familiare;</li>
<li>avere pelle chiara, lentiggini, occhi e capelli chiari.</li>
<li>aver già avuto un altro melanoma o un tumore della pelle di altro tipo</li>
<li>avere un elevato numero di nei displastici (nei benigni dalle caratteristiche diverse rispetto agli altri ad esempio possono avere forma irregolare, colorazione mista, dimensioni più grandi)</li>
</ul>
<h3>Cosa fare? Quale è la terapia?</h3>
<p>La terapia del melanoma cutaneo consiste nella rimozione chirurgica della lesione e di una porzione di tessuto circostante. Successivamente viene sempre fatta una analisi istologica sia della lesione che del tessuto circostante. In molti casi, può essere necessario rimuovere (con un secondo intervento) una porzione maggiore di tessuto, ed in alcuni casi anche alcuni linfonodi. A seconda della lesione e delle sue caratteristiche istologiche, può rendersi necessaria una successiva radioterapia, o chemioterapia, o immunoterapia, o terapia a bersaglio molecolare ecc., o eventuali altri interventi chirurgici</p>
<h3>É possibile prevenirlo?</h3>
<p>La prevenzione ha un ruolo importante. Ecco cosa fare:</p>
<ul>
<li>esporsi al sole con prudenza e moderazione, evitando le ore centrali della giornata, specie per i bambini. Utilizzare creme solari con fattori di protezione elevati (50+) e proteggere gli occhi con occhiali da sole e il cuoio capelluto con cappelli.</li>
<li>effettuare l’autoesame, magari con l’aiuto di un qualcuno per meglio esaminare la schiena e altre zone non accessibili</li>
<li>consultare subito il dermatologo quando si notano modificazione di nei preesistenti</li>
<li>effettuare la visita dermatologica periodica di controllo con epiluminescenza, che può prevedere, in casi selezionati, una mappatura digitale dei nei (videodermatoscopia, è un esame di secondo livello successivo alla visita) per valutarne l’eventuale evoluzione nel tempo con controlli più ravvicinati.</li>
</ul>
<p>In conclusione, quindi, il melanoma è una forma tumorale da non sottovalutare. Prevenzione, diagnosi precoce e terapia sono strumenti fondamentali che oggi giorno ci permettono di gestirlo al meglio. La rapidità nella diagnosi è il punto fondamentale.</p>
<h2>BASALIOMA</h2>
<h3>Che cos&#8217;è ?</h3>
<p>Se il melanoma è il tumore cutaneo più pericoloso, il basalioma è il più diffuso. E’ detto anche carcinoma a cellule basali o epitelioma basocellulare, in quanto ha origine nello strato delle cellule basali, cioè nella parte più profonda dell’epidermide.</p>
<p>Di solito si sviluppa nelle aree cutanee esposte al sole, specialmente viso, testa e collo. Tende a crescere lentamente ed è raro che si sviluppino metastasi in altre parti del corpo, ma, se non viene trattato, può continuare a crescere invadendo i tessuti sottostanti.</p>
<p>Le forme più comuni sono:</p>
<ul>
<li>nodulare;</li>
<li>superficiale;</li>
<li>morfeiforme;</li>
<li>adenoide;</li>
<li>cheratosica;</li>
<li>pigmentata.</li>
</ul>
<h3>Quali sono le sue caratteristiche?</h3>
<p>Il basalioma nello stadio iniziale spesso non è visibile, mentre successivamente  può evolversi in lesioni cutanee diverse a seconda della forma di basalioma, per esempio noduli, cicatrici, ferite che non si rimarginano, nei o scottature. Le lesioni possono avere colori diversi (rosa, rosso, marrone, nero) e possono sanguinare e formare croste, oppure dare prurito.</p>
<p>Le localizzazioni più frequenti sono proprio in zone più facilmente esposte ai raggi solari, si presenta infatti spesso sul viso, sulla palpebra, sul naso, sull’orecchio esterno, sul labbro inferiore, ma anche sul cuoio capelluto, sul dorso e sugli arti.</p>
<p>È quindi molto  importante rivolgersi tempestivamente a un medico ogni volta che si nota sulla cute una lesione anomala che non guarisce spontaneamente nel giro di qualche settimana.</p>
<h3>Quali sono le cause e i fattori di rischio?</h3>
<p>Molto è ancora da scoprire circa le cause del basalioma. L’esposizione a lungo termine alle radiazioni ultraviolette (UV) del sole o delle lampade abbronzanti è oggi considerata la causa principale. Esistono però altre condizioni che possono aumentare il rischio di svilupparlo, quali: ustioni e scottature solari subite nei primi anni di vita; avere la pelle chiara; essersi sottoposti a radioterapia o assumere farmaci immunosoppressori; avere una storia familiare o personale di tumori della pelle; essere affetti da alcune rare malattie genetiche, come la sindrome dei nevi basocellulari multipli e lo xeroderma pigmentoso; l’esposizione all’arsenico; avere età maggiore di 50 anni.</p>
<h3>Come si effettua la diagnosi?</h3>
<p>Anche in questo caso la diagnosi viene effettuata tramite una visita specialistica dermatologica e l’esecuzione di una biopsia con conseguente esame istologico.</p>
<h3>Quale è la terapia?</h3>
<p>Anche in questo caso la rimozione chirurgica è la soluzione. Esistono però anche altre terapie che il dermatologo può consigliare a seconda della lesione e del paziente, in particolare:</p>
<ul>
<li>il curettage e l’elettroessicazione (tecnica che permette di raschiare la lesione e di cauterizzare l’area circostante con un ago elettrico per “distruggere” eventuali cellule tumorali non asportate);</li>
<li>la laserterapia;</li>
<li>la terapia fotodinamica;</li>
<li>la crioterapia</li>
</ul>
<p>In alcuni casi può anche essere indicato un trattamento farmacologico topico con una crema o un unguento a base di chemioterapici o di farmaci in grado di stimolare il sistema immunitario.</p>
<p>La chemioterapia per via sistemica è indicata nei rari casi in cui si siano formate metastasi.</p>
<h3>Si può prevenire?</h3>
<p>La miglior strategia per ridurre il rischio di sviluppo del basalioma è proteggere sempre e in modo adeguato tutte le aree della pelle esposte al sole con un prodotto per la protezione solare con fattori di protezione elevati (50+) , evitando l’esposizione volontaria al sole nelle ore centrali della giornata,  proteggendo gli occhi e il cuoio capelluto con occhiali da sole e cappelli.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Prof. Daniela Lucini</em><br />
<em>Professore Ordinario MEDF/01</em><br />
<em>Scuola di Specializzazione in Medicina dello Sport ed Esercizio Fisico Università degli Studi di Milano</em><br />
<em>Dipartimento Biotecnologie Mediche e Medicina Traslazionale</em><br />
<em>Direttore Servizio Medicina Esercizio Fisico e</em><br />
<em>Direttore Laboratorio Sperimentale di ricerche di medicina dell’esercizio fisico</em><br />
<em>IRCCS Auxologico, Milano</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Fibrillazione Atriale</title>
		<link>https://www.assidim.it/fibrillazione-atriale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ASSIDIM]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jul 2025 07:55:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[cronicità]]></category>
		<category><![CDATA[fibrillazioneatriale]]></category>
		<category><![CDATA[prevenzione]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[stilidivita]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://assidim.it/?p=8543</guid>

					<description><![CDATA[<p>Per la nostra rubrica mensile dedicata agli stili di vita, a cura della Prof.ssa Daniela Lucini (Istituto Auxologico Italiano), approfondiamo il tema della fibrillazione atriale, una patologia da monitorare soprattutto se diventa cronica</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3>Che cos&#8217;è ?</h3>
<p>La fibrillazione atriale (FA) è l’aritmia cardiaca più frequente interessando circa l&#8217;1-2% della popolazione. E’ caratterizzata da un ritmo cardiaco irregolare e spesso accelerato.</p>
<p>Normalmente il  cuore si contrae ciclicamente al fine di “spingere” il sangue, che è stato ossigenato a livello polmonare, a tutti gli organi. La contrazione del cuore dipende da impulsi elettrici che si generano autonomamente a livello dell’atrio destro del cuore e che sono controllati dal sistema nervoso autonomo (quella parte di sistema nervoso che controlla tutte le funzioni fondamentali del nostro organismo) indipendentemente dalla nostra volontà. Può accelerare o rallentare il battito cardiaco a seconda delle necessità, ad esempio accelerarlo se vogliamo correre, o rallentarlo se stiamo dormendo.</p>
<p>L’impulso elettrico partito dall’atrio si estende poi alla parte più importante del cuore, i ventricoli che rappresentano la maggior massa del cuore e che contraendosi spingono il sangue fuori dal cuore: il ventricolo sinistro spinge il sangue ricevuto dall’atrio sin (che a sua volta lo ha ricevuto dal circolo polmonare dove il sangue è stato ossigenato) nell’aorta e quindi a tutti gli organi; il ventricolo destro spinge il sangue più ricco in anidride carbonica, ricevuto dall’atrio destro e  quindi dalle vene e quindi povero in ossigeno e ricco in anidride carbonica,  verso il circolo polmonare per essere ossigenato. Tutto funziona in modo coordinato e controllato; il ritmo cardiaco che noi percepiamo, corrispondente alla contrazione dei ventricoli ed è solitamente “regolare” (ritmo sinusale).</p>
<p>In caso di fibrillazione atriale viene a mancare questa regolarità nella trasmissione dell’impulso elettrico.</p>
<p>Nell’atrio si generano contemporaneamente tanti impulsi e viene a mancare un controllo: il risultato è che l’atrio non si contrae efficacemente con regolarità, a caso uno “passa” e va verso il ventricolo determinandone la contrazione. L’atrio non si contrae più in maniera coordinata ma, appunto, <em>fibrilla</em>. La regolarità del ritmo viene persa e solitamente la frequenza cardiaca è più alta (anche se può essere normale).</p>
<p>Le probabilità di sviluppare questa condizione aumentano con l&#8217;avanzare dell&#8217;età ma si può verificare anche in soggetti giovani e sani. Inizialmente si presenta in modo parossistico (Fibrillazione atriale parossistica) cioè l’atrio inizia a fibrillare e dopo qualche minuto o ora il ritmo spontaneamente torna normale. Il paziente avvisa il ritmo irregolare e la frequenza più alta, spesso associati a senso di malessere importante, che poi regrediscono. Con l’andare del tempo questi episodi possono diventare sempre più frequenti, più lunghi nel tempo, sino a rendere la Fibrillazione atriale cronica.</p>
<h3>La fibrillazione atriale è pericolosa?</h3>
<p>Di per sé non è pericolosa, è molto fastidiosa…..se si riesce a far tornare il ritmo regolare in poco tempo, non vi sono conseguenze serie per il funzionamento cardiaco.  Se invece diventa cronica, allora, pur non rappresentando un pericolo per la vita, può “affaticare” che il cuore.</p>
<p>Il vero pericolo legato alla fibrillazione atriale è rappresentato dall’aumentato rischio di formazione di trombi a livello dell’atrio. Infatti quando l’atrio fibrilla, cioè non si contrae bene e non riesce a buttare tutto il sangue verso il ventricolo, il ristagno del sangue all’interno dell’atrio facilita la coagulazione del sangue stesso con l’aumento di probabilità della formazione di trombi. Questi poi facilmente possono migrare verso il ventricolo (qui nessun problema) e poi dirigersi in aorta e verso la circolazione periferica. Ad un certo punto il diametro dell’arteria imboccata sarà minore della grandezza del trombo, che lì si fermerà riducendo/bloccando il flusso di sangue e determinando ischemia. Questo significa che se ciò avviene nel cervello (organo maggiormente colpito)  si avrà un ictus!</p>
<p>E’ quindi necessario prevenire questa grave conseguenza della fibrillazione atriale, considerando che la formazione di trombi purtroppo può avvenire in poco tempo. Ecco perché non appena si arriva il pronto soccorso e viene fatta la diagnosi di episodio di fibrillazione atriale viene somministrata “eparina” o perché in alcuni casi (sempre se la fibrillazione atriale diventa cronica) è necessario che il paziente assuma anticoagulati orali tutti i giorni, oltre a farmaci antiaritmici.</p>
<h3>Quali sono le cause?</h3>
<p>Vi sono condizioni predisponenti, quali ad esempio concomitanti patologie cardiache come precedente infarto miocardico, scompenso cardiaco, vizi valvolari, ipertensione arteriosa, obesità, alterazione della funzionalità tiroidea o a causa di una patologia polmonare. Possono avere un ruolo disequilibri elettrolitici (ridotta concentrazione di potassio) che può essere conseguenza di terapie farmacologiche o perdita li liquidi (emorragie, diarrea/vomito importanti, ecc).  In alcuni casi l’aritmia si manifesta senza una causa organica evidente. Lo stress può giocare un ruolo importante.</p>
<h3>I sintomi principali</h3>
<p>I sintomi principali della fibrillazione atriale sono cardiopalmo aritmico (battito cardiaco veloce e irregolare), stanchezza, mancanza di respiro, scarsa tolleranza allo sforzo fisico, talvolta fastidio toracico o dolore cardiaco. Cosa fare se si accusano queste cose?  La cosa migliore è recarsi presso un pronto soccorso</p>
<p>al fine di eseguire un elettrocardiogramma e quindi arrivare ad una corretta diagnosi. E’ infatti importante far tornare il cuore, il prima possibile, a battere in modo regolare.</p>
<h3>Diagnosi:</h3>
<p>La diagnosi è facile. Un semplice elettrocardiogramma eseguito mentre l’episodio è in corso permette di fare diagnosi.  In ogni caso questo non basta.  Al fine di stabilire la giusta terapia occorre effettuare valutazioni cardiologiche più esaustive per definire bene le cause che hanno portato alla fibrillazione atriale e quindi definire la terapia migliore.</p>
<p>Le principali indagini sono:</p>
<ul>
<li>Esami ematici generali comprensivi di funzione tiroidea, funzione renale ed elettroliti.</li>
<li>Holter ECG dinamico 24-48 ore.</li>
<li>Impianto di Loop recorder, ossia un dispositivo sotto pelle, tipo microchip che registra continuamente il battito cardiaco.</li>
<li>Test da sforzo</li>
<li>Esame elettrofisiologico.</li>
</ul>
<h3>Cosa fare?</h3>
<p>Come sopra ricordato, importante è ripristinare il ritmo cardiaco regolare il prima possibile.  Per fare questo si ricorre inizialmente alla somministrazione di farmaci aritmici in dosaggio appropriato (di solito somministrati in vena) e sotto controllo medico (<strong>cardioversione farmacologica</strong>) e nel giro di poco tempo il ritmo torna alla norma.  Se questo non succede, allora si interviene con la “<strong>cardioversione elettrica</strong>” eseguita mediante DC shock elettrico (in corso di una breve anestesia generale). Prima di eseguire una cardioversione elettrica è necessario controllare esami ematici ed effettuare un ecocardiogramma transesofageo (che permette la visione più accurata delle camere atriali) al fine di escludere la presenza di formazioni trombotiche atriali.</p>
<p>Una volta ripristinato il ritmo regolare, il suo mantenimento può essere ottenuto utilizzando farmaci antiaritmici. Purtroppo però, in molti casi, nonostante la terapia farmacologica, spesso se esistono importanti fattori predisponenti, gli episodi di fibrillazione atriale possono ripresentarsi.</p>
<p>Nel caso in cui il ritmo regolare non si mantiene nel tempo e gli episodi sono molti, si può ricorrere alla <strong>ablazione, </strong>una procedura interventistica cardiaca.  Viene eseguita in anestesia, di solito generale, mediante l’introduzione di cateteri (sottili sonde elettriche) che per via venosa raggiungono l’atrio. In una prima fase della procedura viene condotto uno studio elettrofisiologico per mappare l’atrio e capire i punti da trattare. Successivamente, vengono eseguite delle piccole cauterizzazioni, di dimensioni millimetriche, a livello delle aree responsabili dell’insorgenza di fibrillazione atriale, creando delle vere e proprie linee di barriera contro l’insorgenza e la propagazione della fibrillazione atriale. Esistono varie tecniche per eseguire questo intervento che stanno diventando sempre più affidali, veloci ed efficaci ne mantenere nel tempo il ritmo cardiaco regolare.</p>
<p>Il follow-up del paziente prevede controlli, talvolta eseguiti mediante l’impianto sottocute di un</p>
<p>di un “mini holter” del battito (loop recorder), in grado di rilevare in continuo il battito cardiaco e di memorizza le eventuali alterazioni del ritmo.  Tali dati sono poi utili, ovviamente accanto alle caratteristiche cliniche del paziente, per definire se mantenere meno la terapia farmacologica e definire meglio quale.</p>
<h3>Lo stile di vita è importante in caso di fibrillazione atriale?</h3>
<p>Lo stile di vita è sicuramente importante anche in questo caso, ecco alcune considerazioni:</p>
<ul>
<li>il fumo peggiora tantissimo la probabilità di aritmie, specie in persone predisposte; pazienti con episodi di fibrillazione atriale devono smettere di fumare il prima possibile, anche per ridurre il rischio di altre patologie cardiache quali infarto, cardiopatia ischemica, ipertensione che spessissimo sono associate alla fibrillazione atriale</li>
<li>attività fisica: l’esercizio fisico, anche nel caso della fibrillazione atriale, ha un doppio ruolo: da un lato può essere utile, dall’atro può creare problemi. Durante episodi di fibrillazione atriale occorre evitare di svolgere attività fisica, talvolta addirittura l’episodio di fibrillazione atriale può insorgere durante o dopo attività fisica specie se esagerata. Quando la situazione clinica è sotto controllo, lo svolgimento di esercizio fisico aerobico (camminare, nuotare, bicicletta, ecc) ad intensità moderata non ha controindicazioni, anzi può essere utile anche per gestire tutte le patologie sopra ricordate che si associano spesso alla fibrillazione atriale. Meglio comunque una valutazione medica specialistica per definire quale e quanto esercizio fare alla luce anche delle terapia farmacologiche assunte.</li>
<li>Alimentazione: importante anche nel caso della fibrillazione atriale mantenere una giusta composizione corporea, evitando l’eccesso di massa grassa. Inoltre assicurarsi di assumere cibi che forniscono adeguate dosi di Sali minerali è importante, così come evitare alimenti che favoriscono l’insorgenza di disturbi intestinali (con conseguente diarrea) in soggetti con particolari patologie gastroenteriche.</li>
<li>Gestione dello stress: è fondamentale! Lo stress infatti rappresenta un fattore capace di scatenare un episodio di fibrillazione atriale in soggetti predisposti. Imparare tecniche di rilassamento, mindfulness e gestione dello stress può essere di grande aiuto.</li>
</ul>
<p style="text-align: right;"><em>Prof. Daniela Lucini </em><br />
<em>Professore Ordinario MEDF/01  </em><br />
<em>Scuola di Specializzazione in Medicina dello Sport ed Esercizio Fisico </em><br />
<em>Università degli Studi di Milano </em><br />
<em>Dipartimento Biotecnologie Mediche e Medicina Traslazionale </em><br />
<em>Direttore Servizio Medicina Esercizio Fisico e </em><br />
<em>Direttore Laboratorio Sperimentale di ricerche di medicina dell’esercizio fisico  </em><br />
<em>IRCCS Auxologico, Milano </em><br />
<em><a href="mailto:daniela.lucini@unimi.it">daniela.lucini@unimi.it</a> </em><br />
<em><a href="mailto:d.lucini@auxologico.it">d.lucini@auxologico.it</a> </em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Quanto proteggi la tua pelle?</title>
		<link>https://www.assidim.it/quanto-proteggi-la-tua-pelle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ASSIDIM]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 07:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[dermatologo]]></category>
		<category><![CDATA[melanoma]]></category>
		<category><![CDATA[protezione solare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo sai che l’organo più esposto ai fattori ambientali è proprio la pelle? In questo articolo vogliamo invitarti a riflettere sull’importanza di effettuare controlli regolari e di conoscere i fattori di rischio per prevenire lo sviluppo dei tumori cutanei.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo sai che l’organo più esposto ai fattori ambientali è proprio la pelle? L’aumento delle temperature, l’assottigliamento dello strato di ozono e altri agenti esterni, come l’inquinamento, contribuiscono al processo di invecchiamento della pelle e a minacciarne la salute. In questo articolo vogliamo invitarti a riflettere sull’importanza di effettuare controlli regolari e di conoscere i fattori di rischio per prevenire lo sviluppo dei tumori cutanei.</p>
<h3>IL SOLE: TRA RISCHI E BENEFICI.<br />
GLI EFFETTI SULLA SALUTE.</h3>
<p>La luce solare contribuisce senza dubbio al nostro benessere generale, favorendo la produzione di serotonina che migliora l’umore. Inoltre, stimola la produzione di vitamina D che rinforza il sistema immunitario, protegge dalle infezioni e previene l’osteoporosi. Tuttavia, un’eccessiva e scorretta esposizione ai raggi UV può causare eritemi, scottature e cheratosi, e accelerare l’invecchiamento cutaneo. È a partire dai melanociti, le cellule che producono la melanina, che invece può avere origine il melanoma cutaneo, la cui incidenza è in aumento nei soggetti di età compresa tra i 30 e i 60 anni. Altre malattie legate alle radiazioni ultraviolette sono il carcinoma squamoso della pelle, tumore maligno con un’evoluzione più lenta rispetto al melanoma e una minore morbilità e mortalità, e il carcinoma basocellulare.</p>
<p>È da tenere presente che il rischio di sviluppare un melanoma si lega anche a condizioni genetiche che non possono essere prevenute come:</p>
<ul>
<li>la presenza eccessiva di nei, displasici o atipici;</li>
<li>la sindrome familiare dei nei multipli atipici e del melanoma (FAMMM);</li>
<li>la presenza di un fototipo chiaro (capelli rossi o biondi, occhi blu o verdi, carnagione chiara);</li>
<li>la familiarità.</li>
</ul>
<p>Oltre alle conseguenze sulla pelle, le radiazioni possono favorire disturbi, anche gravi, agli occhi. La cataratta corticale, ad esempio, è una degenerazione del cristallino che può compromettere la vista, o lo pterigio, un inspessimento della congiuntiva che può portare all’opacizzazione della cornea o a una limitazione dei movimenti oculari. Infine, un’altra causa dell’eccessiva esposizione al sole è la comparsa dell’herpes labiale.</p>
<h3>CONSIGLI, TEMPI E MODALITÀ DI ESPOSIZIONE.</h3>
<p>Adottare misure preventive per proteggere la cute dagli effetti dannosi del sole è fondamentale. Ecco piccole precauzioni che ognuno di noi dovrebbe seguire.</p>
<h3>SCEGLI L&#8217;ORA GIUSTA</h3>
<p>Tra le 10:00 e le 14:00, il sole è più alto nel cielo e i raggi UV sono molto più intensi.  In queste ore è consigliabile cercare l’ombra, indossare quando possibile indumenti protettivi, come camicie di lino a maniche lunghe, cappelli a tesa larga, occhiali e altre soluzioni che riducono l’esposizione solare diretta.</p>
<h3>SÌ ALLA CREMA SOLARE TUTTO L&#8217;ANNO.</h3>
<p>La protezione solare rappresenta una delle più importanti forme di tutela per la salute della propria pelle. Per questo è indispensabile applicare una crema adatta al proprio fototipo, che va stabilito consultando un dermatologo. Inoltre, è bene applicare la protezione almeno ogni due ore, durante le attività all’aperto, al mare e in montagna.</p>
<h3>L&#8217;ABBRONZATURA HA I SUOI TEMPI.</h3>
<p>Evita l&#8217;uso di lampade o lettini abbronzanti, poiché l&#8217;esposizione alla luce artificiale può aumentare il rischio di sviluppare tumori della pelle e può causare un suo invecchiamento precoce.</p>
<h3>RIVOLGITI A UN DERMATOLOGO.</h3>
<p>Esegui regolarmente autoesami della pelle per individuare precocemente eventuali segni che possano rappresentare un campanello d’allarme per la salute della tua pelle. Consulta un dermatologo se noti macchie nuove o sospette sulla pelle, o se osservi cambiamenti nelle lesioni cutanee esistenti.</p>
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<p><strong> </strong>*QuraKare è il documento di riconoscimento comprovante la titolarità del diritto, in capo al titolare, a suo favore e a favore del suo nucleo familiare, di accedere alla Piattaforma QuraKare. La Piattaforma è di proprietà di Blue Health Center S.r.l, con sede legale in Via Corte d’Appello n. 11 C.F. 12853460017 e P. IVA 11998320011, N. R.E.A. Torino N.1320986, società con un unico socio: Blue Assistance S.p.A. &#8211; società soggetta ad attività di direzione e coordinamento della società Reale Mutua di Assicurazioni. I servizi sanitari sono erogati da Blue Health Center S.r.l. in qualità di struttura sanitaria autorizzata ai sensi dell’Autorizzazione N. 104/16 del 28.11.2023 rilasciata dal Comune di Torino – Direttore Sanitario dott.ssa Bonansone Valentina iscritta all’albo dei Medici di Torino dal 6 luglio, 1998 con numero di iscrizione 18326. La prescrizione è soggetta alla valutazione del singolo caso; pertanto, il medico in scienza e coscienza decide se deontologicamente ha abbastanza elementi per effettuare la prescrizione.</p>
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		<item>
		<title>Vacanze a tutta salute</title>
		<link>https://www.assidim.it/vacanze-a-tutta-salute/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ASSIDIM]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2025 07:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[salute sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[vacanze]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://assidim.it/?p=8515</guid>

					<description><![CDATA[<p>Che tu abbia scelto di trascorrere le vacanze all’estero o in Italia, prima di partire segui alcune semplici regole per il tuo benessere psico-fisico.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Che tu abbia scelto di trascorrere le vacanze all’estero o in Italia, prima di partire segui alcune semplici regole per il tuo benessere psico-fisico. Consulta il tuo medico almeno 4-6 settimane prima della partenza, informati sulla destinazione e assicurati di aver pensato a tutto ciò che serve per prevenire problemi di salute.</p>
<h3>3 COSE DA SAPERE E DA FARE PRIMA DELLA PARTENZA.<br />
VACCINAZIONI.</h3>
<p>Per evitare di contrarre malattie durante il viaggio è importante controllare di essere in regola con le vaccinazioni previste dal programma nazionale. A seconda della destinazione, poi, esistono vaccini consigliati o profilassi farmacologiche specifiche.</p>
<h3>ASSISTENZA SANITARIA.</h3>
<p>Qualunque sia la necessità, nei Paesi dell’UE è sufficiente avere la tessera sanitaria per ricevere assistenza. Nei Paesi extraeuropei con convenzioni bilaterali con l’Italia, l’assistenza è limitata solo alle cure urgenti. Per i Paesi che non hanno accordi con l’Italia, invece, è necessario stipulare un’assicurazione privata, inclusa nei pacchetti turistici organizzati dalle agenzie di viaggio.</p>
<h3>FARMACI DA VIAGGIO.</h3>
<p>Per chi soffre di patologie croniche è importante portare con sé una scorta dei farmaci abituali. In generale, invece, chi viaggia in zone tropicali, avventurose o a rischio malaria, è bene che si procuri per tempo creme solari ad alta protezione, antimalarici, repellenti contro gli insetti, sali minerali per la diarrea, compresse per disinfettare l&#8217;acqua.</p>
<h3>VUOI VIAGGIARE IN SICUREZZA?<br />
PAESE CHE VAI, BUONE USANZE CHE TROVI!</h3>
<p>Acqua, cibo, temperature, altitudine… quando si pianifica un viaggio è essenziale prepararsi adeguatamente per trascorrere una vacanza in salute. Vediamo alcuni dei principali fattori da considerare che possono influire sul benessere generale.</p>
<h3>ALIMENTAZIONE.</h3>
<p>Il consumo di cibi crudi, frutti di mare e latte non trattato può causare infezioni gravi come epatite A, febbre tifoide e diarrea infettiva. Quest&#8217;ultima, nota anche come &#8220;diarrea del viaggiatore&#8221;, è comune in zone come il Sud-Est asiatico, il Medio Oriente, l&#8217;Africa e l&#8217;America Centrale e del Sud, e presenta sintomi come febbre, crampi e nausea. In questi casi, è consigliabile consultare un medico per ricevere la terapia più adeguata.</p>
<h3>ALTITUDINE.</h3>
<p>Quando si raggiungono altitudini tra i 2100 e i 2750 metri, la pressione dell&#8217;aria diminuisce riducendo la quantità di ossigeno disponibile per il corpo, causando ipossia. Questo può provocare la &#8220;malattia da elevata altitudine&#8221;, le cui manifestazioni più comuni sono il mal di montagna acuto (AMS), l&#8217;edema polmonare e, raramente, l&#8217;edema cerebrale (questi ultimi potenzialmente mortali). L&#8217;AMS può comparire entro 1-12 ore dall&#8217;arrivo in alta quota con sintomi come mal di testa, perdita di appetito, nausea, insonnia, stanchezza e spossatezza. Se si presentano i sintomi indicati è necessario rivolgersi ad un medico per ricevere le esatte indicazioni.</p>
<h3>CLIMA.</h3>
<p>Quando si viaggia in zone con clima caldo-umido o secco è facile soffrire di colpi di calore e colpi di sole, entrambi caratterizzati da stati di malessere generale, mal di testa, nausea, vertigini e senso di disorientamento. Per proteggersi dai raggi UV, è consigliato non esporsi al sole nelle ore centrali della giornata, indossare abiti che coprano braccia e gambe, occhiali e cappelli a tesa larga, applicare crema con un alto Fattore di Protezione Solare. Infine, è importante verificare che i trattamenti terapeutici in corso non aumentino la sensibilità ai raggi UV.</p>
<h3>ANIMALI E INSETTI.</h3>
<p>Fai attenzione alla presenza di parassiti nell’ambiente e agli animali selvatici con cui potresti entrare in contatto. Di solito questi ultimi evitano di avvicinarsi alle persone, ma, se provocati, possono attaccare e i loro morsi possono causare gravi ferite e trasmettere malattie come la rabbia. In caso di morso di serpenti, scorpioni e ragni velenosi immobilizza l&#8217;arto e cerca assistenza medica immediata. Infine, non dimenticare di utilizzare repellenti contro gli insetti per ridurre il rischio di punture e malattie.</p>
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		<item>
		<title>Diabete</title>
		<link>https://www.assidim.it/diabete/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ASSIDIM]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jun 2025 07:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[diabete]]></category>
		<category><![CDATA[prevenzione]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[stilidivita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per la nostra rubrica mensile dedicata agli stili di vita, a cura della Prof.ssa Daniela Lucini (Istituto Auxologico Italiano), approfondiamo il tema del diabete. Esistono diversi tipi di diabete e gli stili di vita giocano un ruolo cruciale, specialmente nella prevenzione e gestione del diabete 2.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.assidim.it/diabete/">Diabete</a> proviene da <a href="https://www.assidim.it">ASSIDIM</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3>Quanto à frequente?</h3>
<p>Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità i pazienti affetti da diabete mellito stanno aumentando tantissimo, specie il Diabete tipo 2, a causa dell’aumento dell’obesità, del peggioramento dello stile di vita e dell’invecchiamento della popolazione. Per quanto riguarda l’Italia, secondo i dati ISTAT 2020 il 5,9% della popolazione è diabetica, pari a oltre 3,5 milioni di persone.</p>
<h3>Che cos&#8217;è il Diabete?</h3>
<p>Il “Diabete”(anche detto diabete mellito)  è un termine generale che indica un aumento dei livelli di glicemia (glucosio nel sangue) a digiuno. Esistono vari tipi di diabete, determinati da cause diverse. I principali sono:</p>
<h3>DIABETE tipo 1</h3>
<p>Ha un’origine autoimmunitaria ed è la diretta conseguenza della distruzione delle cellule beta del pancreas (quelle che producono l’insulina) operata dalla reazione autoimmune in risposta ad un virus o a uno o più tossici presenti nell’ambiente (il sistema immunitario “sbagliando” scambia le cellule beta per virus o tossici, e di conseguenza le distrugge). La terapia quindi prevede la somministrazione di insulina, proprio perché il pancreas non è più in grado di produrla. Insorge generalmente in modo improvviso.</p>
<p>Generalmente questo tipo di diabete compare in giovane età, ma non è escluso che possa comparire con l’avanzare dell’età. Esiste una variante del diabete di tipo 1 che si chiama LADA (Latent Autoimmune Diabetes of the Adults) in cui l’attacco autoimmune alle cellule che producono insulina si sviluppa nell’arco di anni, comparendo in età più avanzata.</p>
<h4>Cosa è l’insulina?</h4>
<p>Rappresenta il principale ormone coinvolto nel metabolismo glucidico, metabolismo molto complesso in cui sono coinvolti vari attori. L’insulina agisce su vari organi (specie fegato, muscolo e tessuto adiposo) con il compito di “mettere in cassaforte” il glucosio, molecola fondamentale utilizzata (spesso insieme all’ossigeno) per produrre energia e quindi garantire la vita. L’insulina infatti, interagendo con particolari recettori posti sulla superficie delle cellule permette al glucosio che assumiamo con l’alimentazione (carboidrati) di non rimanere nel torrente ematico bensì di entrare all’interno delle cellule. E’ come una chiave che interagendo con la serratura (recettore) apre la porta che permette al glucosio di entrare nella cellula ed essere utilizzato o trasformato in riserva sottoforma di glicogeno o di trigliceridi (quindi “grassi” poi depositati). In questo modo i livelli di glicemia (che si alzano subito dopo aver mangiato) tornano in circa 2 ore ai livelli di normalità (sotto i 100 mg/dl). In breve le sue azioni principali sono così riassunte:</p>
<ul>
<li>Permette al glucosio di entrare nelle cellule ed essere utilizzato</li>
<li>Permette al glucosio entrato nelle cellule (specie del fegato e muscolo) di essere immagazzinato sottoforma di glicogeno</li>
<li>Permette ai trigliceridi (derivanti anche dalla trasformazione del glucosio stesso in acidi grassi a livello del fegato) di essere immagazzinati nel tessuto adiposo</li>
<li>promuove il trasporto attivo di aminoacidi nelle cellule, soprattutto muscolari, favorendo la sintesi di proteine</li>
<li>favorisce l’assunzione di potassio da parte delle cellule</li>
</ul>
<p>Ovviamente una mancanza di insulina si associa al venir meno di tutte queste funzioni, con conseguente aumento dei livelli di glicemia nel sangue e “carenza” di glucosio all’interno delle cellule.</p>
<h3>DIABETE tipo 2</h3>
<p>E’ in assoluto il più frequente, oltre il 90% dei casi. E’ strettamente legato allo stile di vita ed all’obesità che influenzano una predisposizione genetica, determinando nel tempo l’insorgenza della malattia. Inizialmente è caratterizzato da “insulino-resistenza” (l’insulina viene prodotta ma non riesce a svolgere la sua azione) con un paradossale aumento dei livelli di insulina nel sangue (iperinsulinismo) sino ad arrivare ad una ridotta produzione da parte del pancreas dell’insulina stessa. La terapia quindi non prevede l’uso di insulina nelle prime fasi, ma solo, in alcuni casi, con l’avanzare del tempo. Inizialmente il diabete tipo 2 è trattato con ipoglicemizzanti orali o iniettivi. Stile di vita sedentario, fumo, scorretta alimentazione, sovrappeso, età avanzata, dislipidemia e ipertensione arteriosa sono fattori di rischio per diabete di tipo 2. L’insorgenza di questo tipo di diabete è lenta, spesso preceduta da anni in cui i livelli dli glicemia sono lievemente elevati ma non così tanto da porre diagnosi. E’ questa una fase chiamata di “prediabete” o “intolleranza glucidica” che se non viene gestita in modo molto serio tramite un miglioramento dello stile di vita, porterà necessariamente all’insorgenza di diabete tipo 2. Solitamente può associarsi a aumentati livelli di colesterolo/trigliceridi, pressione arteriosa sopra i limiti di norma, solitamente insorge in età avanzata, tuttavia, in considerazione dell’enorme aumento dell’obesità anche in giovane età, può caratterizzare anche più giovani.</p>
<h3>Diagnosi:</h3>
<p>Il valore normale di glicemia a digiuno è minore di 100mg/dl. La diagnosi di diabete viene posta quando si riscontra almeno 2 volte in giorni diversi, un livello di glicemia a digiuno maggiore di 126 mg/dl, o quando il valore dell’emoglobina glicata è &gt; 6.5% e viene riconfermato in un prelievo successivo (almeno 3 mesi dopo). Nel caso di diabete tipo 1 si riscontrano anche del sangue alcuni particolari auto-anticorpi.</p>
<p>Valori a digiuno compresi tra i 100 ed i 126 mg/dl, indicano la presenza di intolleranza glucidica (prediabete).</p>
<p>L’emoglobina glicata è dovuta al fatto che la permanenza di alte quantità di glucosio nel sangue, fa in modo che molecole di glucosio si “attacchino” all’emoglobina circolante grazie ai globuli rossi. Essendo la vita di questi pari a tre mesi circa, i livelli di emoglobina glicata riflettono  il controllo glicemico nei tre mesi precedenti.</p>
<h3>I sintomi principali</h3>
<p>Il diabete tipo 1 può insorgere in modo repentino, con sintomi abbastanza chiari, quali ad esempio: stanchezza importante, aumentato bisogno di urinare, aumentato senso di sete, aumento dell’appetito spesso associato a perdita non voluta di peso, facilità a contrarre infezioni, cefalea. Talvolta è associato ad altre patologie autoimmuni, come ad esempio alcune malattie della tiroide.</p>
<p>Il diabete tipo 2 e più subdolo, si sviluppa nel tempo, i sintomi sopra descritti non sono sempre presenti. E’ spesso accompagnato da condizioni quali la sedentarietà, il sovrappeso/obesità, difficoltà a perdere peso,  fumo, aumento dei valori di pressione arteriosa, colesterolo, trigliceridi elevati.</p>
<h3>Perché è importante gestire il diabete?</h3>
<p>Il diabete, di qualsiasi tipo, non solo può causare problemi legati a valori di glicemia troppo elevata (iperglicemia) o trollo bassa (ipoglicemia), ma determinare complicanze vascolari che a lungo termine portano a patologie gravi quali:</p>
<ul>
<li>malattie cardiovascolari e cerebrovascolari, come cardiopatia ischemica, infarto miocardico, ictus cerebrale, ecc</li>
<li>malattie renali con danno alle strutture filtranti del rene che può portare in casi estremi alla dialisi (in Italia il 30% dei pazienti in terapia dialitica sono diabetici)</li>
<li>malattie neurologiche (neuropatia diabetica), alterazione anatomica e funzionale del sistema nervoso centrale, periferico e volontario, deficit sensitivi, motori, visivi, acustici, problemi neurovegetativi come svenimenti, nausea, stipsi, fastidi intestinali, ecc</li>
<li>problematiche oculari (retinopatia)</li>
<li>piede diabetico</li>
</ul>
<h3>Quale è la terapia?</h3>
<p>La terapia dipende sostanzialmente dal tipo di Diabete e dalla sua gravità, oltre che dalle condizioni cliniche del paziente</p>
<p>In generale il diabete tipo 1 necessita di insulina che può essere somministrata mediante penne preriempite o microinfusore.  La dose di insulina ed il tipo di insulina dipendono da tantissimi fattori e va personalizzata. Inoltre il paziente va educato alla gestione della sua malattia, considerando che potrebbe essere necessario modificare il dosaggio al variare di alcune condizioni. Ad esempio. infezioni (come influenze, infezioni urinarie, ecc) con comparsa di febbre, stress importanti, alimentazione troppo abbondante, possono portare a rialzo della glicemia con necessità di dosaggi maggiori di insulina; viceversaimportante attività fisica o digiuno, necessitano del contrario.</p>
<p>Il diabete tipo 2 non necessita nelle sue fasi iniziali di insulina. Viene trattato con farmaci orali o iniettivi (ve ne sono di vario tipo) prescritti in base alle condizioni del paziente, delle patologie concomitanti e della gravità del diabete. Andando avanti negli anni, si può verificare una ridotta produzione pancreatica di insulina con conseguente necessità di supplementazione come nel diabete tipo 1.</p>
<p>E’ poi fondamentale la gestione/terapia di fattori di condizioni spesso associati al diabete quali l’ipertensione arteriosa e la dislipidemia.</p>
<p>Un paziente diabetico dovrebbe raggiungere e mantenere i seguenti parametri metabolici:</p>
<ul>
<li>glicemia a digiuno e pre-prandiale compresa tra 90-130 mg/dl;</li>
<li>glicemia post-prandiale (circa 2 ore dopo i pasti) inferiore (&lt;) 180 mg/dl;</li>
<li>emoglobina glicata inferiore (&lt;) 7%.</li>
<li>Inoltre dovrebbe avere valori di pressione arteriosa controllati: valori pressori diastolici (pressione minima) &lt;80 mmHg e sistolici (pressione massima) &lt;130 mmHg</li>
<li>valori di colesterolo LDL &lt;100 mg/dl, livelli di HDL &gt;40 mg/dl nell’uomo e &gt;50 mg/dl nella donna</li>
</ul>
<h3>Importanza dello stile di vita salutare</h3>
<p>Il diabete rappresenta una condizione in cui lo stile di vita gioca un ruolo fondamentale, agendo su vari fattori responsabili della patologia, avendo anche la capacità di modulare la predisposizione genetica (epigenetica).</p>
<p><strong>Alimentazione</strong>: è fondamentale! È pressochè impossibile trattare bene un paziente diabetico se questi non pone attenzione alla sua alimentazione. Qui di seguito le indicazioni principali:</p>
<ul>
<li>ottimizzare la massa corporea (perdere massa grassa se in eccesso e mantenere/migliorare la muscolatura)</li>
<li>assumere una dose di carboidrati (pane, pasta, riso, zuccheri, ecc) adeguata, riducendo alimenti derivanti da farine bianche e zuccheri, preferendo cibi integrali (almeno 7-8% di fibra) e carboidrati contenuti nei legumi.</li>
<li>evitare periodi di digiuno lungo ed evitare pasti troppo abbondanti, distribuendo bene nella giornata i cibi (specie carboidrati) assunti</li>
<li>limitare carni rosse, grasse, salumi, formaggi stagionati/conservati, condimenti</li>
<li>assumere adeguate dosi di verdura e frutta (ricordando che alcuni frutti sono molto ricchi di zuccheri!)</li>
<li>assumere adeguate dosi di proteine derivanti specie da pesce, carni bianche, albume d’uovo, latticini magri e freschi, legumi e frutta secca</li>
<li>ridurre vino, evitare i superalcolici, evitare bibite zuccherate e preferire acqua.</li>
</ul>
<p>Ovviamente un piano alimentare va calibrato anche su altre esigenze e caratteristiche del paziente!</p>
<p><strong>Esercizio fisico</strong>: è fondamentale sia per il controllo della glicemia, che per gestire/prevenire altre patologie spesso associate, oltre che favorire il benessere. Attenzione! Va però prescritto a seconda delle caratteristiche ed esigenze della persona, esattamente come un farmaco. In generale potremmo dire che:</p>
<ul>
<li>per favorire il controllo glicemico, favorire il benessere e la gestione di patologie cardiometaboliche/oncologiche è indicato svolgere almeno dai 150 ai 300 min di esercizio fisico endurance aerobico (camminata, nuoto, biciletta, ecc) ad intensità moderata (tipo camminata  5-6 Km/ora) alla settimana. Fondamentale per il controllo della glicemia svolgere esercizio tutti i giorni.</li>
<li>per mantenere/migliorare la componente muscolare servirebbe aggiungere esercizi di rinforzo muscolare (pesetti, macchine palestra, elastici, ginnastica, ecc) ad intensità moderata 2/3  volte/sett in giorni non consecutivi.</li>
</ul>
<p>Attenzione! Specie nel caso di diabete tipo 1 o di terapia insulinica occorre porre attenzione/monitorizzare i valori di glicemia perché l’esercizio è potentissimo nel ridurla specie se eseguito a dosi elevate! In questi casi è fondamentale che il paziente impari sia a monitorizzare la glicemia che ottimizzare la dose di carboidrati da assumere prima di fare esercizio.</p>
<h3>Cos&#8217;è il diabete insipido?</h3>
<p>Accanto al diabete mellito con le sue due tipologie (vedi sopra), esiste un&#8217;altra forma di diabete: il cosiddetto diabete insipido. Tranne che per l&#8217;eccessiva diuresi e la sete insaziabile, il diabete insipido è completamente differente dal diabete mellito e non è in alcun modo correlabile a quest&#8217;ultimo. Nel diabete insipido, infatti, le problematiche in atto non vertono attorno ad aumentati livelli di glucosio nel sangue (a seguito di un calo di attività dell&#8217;insulina o insulino resistenza), ma dipendono da una mancata o insufficiente produzione dell&#8217;ormone vasopressina (o ADH od ormone antidiuretico) oppure dalla sua mancata attività a livello renale. E’ una patologia completamente diversa!</p>
<p>In conclusione, quindi, il diabete, nelle sue varie forme, è una condizione clinica molto frequente e molto importante da gestire, onde evitare reali problemi sia nel presente (iperglicemia o ipoglicemia) che nel futuro (insorgenza di patologie come infarto, ictus, insufficienza renale, problemi oculari e neurologiche, ecc). Lo stile di vita gioca un ruolo essenziale ed è praticamente impossibile ottenere un efficace trattamento del diabete senza migliorare le proprie abitudini alimentari, esercizio fisico, non fumare, avere un buon sonno e gestire lo stress.</p>
<p>La farmacologia e la tecnica hanno fatto passi da gigante fornendo strumenti di trattamento e monitorizzazione della terapia, che vanno adeguati alle caratteristiche cliniche della persona, accanto ad uno stile di vita salutare.</p>
<p style="text-align: right;">Prof. Daniela Lucini<br />
Professore Ordinario MEDF/01<br />
Scuola di Specializzazione in Medicina dello Sport ed Esercizio Fisico Università degli Studi di Milano<br />
Dipartimento Biotecnologie Mediche e Medicina Traslazionale<br />
Direttore Servizio Medicina Esercizio Fisico e<br />
Direttore Laboratorio Sperimentale di ricerche di medicina dell’esercizio fisico<br />
IRCCS Auxologico, Milano</p>
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